Ce lo insegnano da bambine, in ogni favola, che un giorno arriverà il principe azzurro e ci salverà.
Ve lo insegnano da bambini che un giorno, voi belli e dannati, verrete salvati da una brava ragazza, la ben nota crocerossina.
Ce lo insegna Platone nel “Simposio”, quando ci narra degli ermafroditi, creature in origine complete che vengono divise a metà e sono costrette a passare la vita a cercare disperatamente di ricomporsi con la propria metà.
A chiunque, nella propria vita, sarà capitato almeno una volta di sentirsi traditi, da amici, partner, genitori, colleghi di lavoro, dal proprio corpo o dalla propria vita. La sensazione di sentirsi traditi ci priva, in malo modo, della ovattata sensazione si sentirsi al sicuro, almeno in quel contesto, grazie alla profonda sensazione di fiducia che lega se stessi “all’altro”.
Adesso non trovo la parola giusta. Ma trovare le parole giuste è magnifico. Trovare la parola giusta è così importante. Le parole sono come cuscini: quando sono disposte nel modo giusto alleviano il dolore
(James Hillman)
L’inserimento a scuola per i bambini e le loro famiglie non è affatto un momento facile, anzi rappresenta per il nucleo familiare un cambiamento non indifferente: i genitori realizzano che il loro bambino non è più piccolo (che abbia frequentato l’asilo o meno), la scuola dell’infanzia, in effetti, inizia tra le mura domestiche e si apre così: domani vai a scuola, sei diventato grande! Il bambino non ancora del tutto autonomo dovrà imparare a seguire le lezioni, leggere, scrivere, fare i calcoli, interagire con adulti sconosciuti (insegnanti) e altri piccoli mai visti (compagni di classe). È l’inizio di nuova storia, la sua storia, la storia della famiglia che si costruisce nel tempo, una storia dalla quale dipende la vita di tutti: bambino, mamma, papà.
Ci sono incastri, che per quanto all’esterno suonino come evidentemente malsani e improbabili – quando non addirittura e alla lunga destinati al collasso – per qualche strana ragione e nonostante tutto, “resistono”. Di qualunque natura essi siano – sentimentali, amicali, sessuali, solo per citarne alcuni – i rapporti in questione sono caratterizzati dall’essere francamente sbilanciati; per quanto l’immagine in sé possa forse risultare assai estrema, in realtà all’interno di relazioni così distruttive si configurano chiaramente due ruoli – distinti e complementari fra loro – e due attori: un carnefice ed una vittima, la cui amalgama dà vita a dinamiche dai contorni perversi, che – in una escalation senza fine – alimentano un’atmosfera tossica di fondo. Si pensi ad esempio all’unione fra un narcisista ed un empatico. Il primo, come si è altrove ampiamente detto, non vede che se stesso: pensieri e bisogni sono tutti auto – riferiti, laddove l’altro è usato al solo scopo di darvi compiuto accoglimento.
Nel 1987 Francine Shapiro stava passeggiando in un parco vicino l’università in cui lavorava, quando si rese conto che muovendo gli occhi da destra a sinistra lo stress causato da dei ricordi traumatici che erano emersi alla memoria in quel momento diminuiva. Da questa brillante intuizione la dottoressa Shapiro iniziò a svolgere degli studi che condussero poi allo sviluppo dell’EMDR per come lo conosciamo oggi.
“Quando iniziano i nostri ricordi? Sono “veri” ricordi o questi sono soltanto il frutto di racconti dati dai nostri cari?
In famiglia o con gli amici spesso ci divertiamo a ricordare episodi della nostra vita importanti e divertenti: “Ma ti ricordi l’esame di maturità? Vi ricordate di quando sono finalmente riuscito a prendere la patente? Come dimenticarsi di quando siamo andati a sciare per la prima volta…”
Sarà capitato a tutti noi di avere una conversazione con qualcuno così da riportare alla memoria il primo ricordo. Alcune persone riportano racconti ed episodi anche molto dettagliati risalenti alla prima infanzia, altre, invece, hanno difficoltà nel farli riaffiorare alla mente o addirittura dicono di non averne alcuno. Una donna che seguo ormai da diverso tempo parla di “buchi neri”, cioè buchi temporali dell’infanzia di cui non ricorda nulla. Ora, provate anche voi a chiudere gli occhi cercando di far ritornare alla mente il vostro primo ricordo e in un secondo momento provate a collocarlo temporalmente nella vostra vita. Probabilmente parecchi di voi si accorgeranno che non ce ne sono prima dei due-tre anni: al più, è possibile che ricordiate piccole sequenze di episodi vissuti, ma è difficile dire se effettivamente quell’episodio sia reale o frutto di influenze esterne o dovuto ai racconti di genitori, parenti o amici.
Fronte e sopracciglia violentemente aggrottate, denti digrignati, rosso in viso, muscoli irrigiditi e paura di perdere il controllo. Ad ognuno di noi sarà capitato nella vita di riconoscersi in questa descrizione. Ad ognuno di noi sarà capitato almeno una volta nella vita di essere adirati o, nel gergo comune, arrabbiati. Ma cos’è la rabbia? La rabbia è una emozione tipica, funzionale e primitiva; essa può essere, infatti, osservata sia in bambini molto piccoli che in specie animali diverse dell’uomo. Nasce dalla frustrazione o dalla costrizione, ossia quando un oggetto esterno ci impedisce di soddisfare un nostro bisogno. Verso tale oggetto può generarsi dunque un’intenzione ad aggredirlo, allo scopo di raggiungere il soddisfacimento del proprio bisogno. Spiegato in questi termini, sicuramente il lettore avrà immaginato un animale, un uomo primitivo o un bambino che si sferra aggressivamente verso il proprio “nemico” che gli impedisce di divorare la propria preda, oppure di divertirsi con il proprio giocattolo. Ma in un ottica più matura, la rabbia diviene funzionale anche per tutelare i propri bisogni emotivi e identitari. Ci si difende dai soprusi subiti o dai tentativi del prossimo di invaderci o “approfittarsi di noi”. Diviene quella carica emotiva che permette a se stessi di creare dei limiti, dei confini tra l’Io e l’esterno e di difendersi qualora un agente esterno invadesse tali confini.
Nei bambini, l’esplorazione e la valutazione di eventuali disagi, conflitti, traumi o disturbi esistenti, necessita da parte del clinico di tutta una serie di accorgimenti speciali vista la particolare categoria di soggetti con cui sta rapportandosi. Non a caso, il colloquio in età evolutiva – a dispetto di ciò che avviene per l’adulto – punterà anzitutto sull’osservazione diretta del bambino e, nella fattispecie, ciò si compirà attraverso l’osservazione ludica, specie se il bambino è molto piccolo; questa scelta è per l’appunto giustificata dalla tenera età del bambino, per cui, più piccolo sarà e meno si potrà contare sulla comunicazione verbale dei suoi vissuti intrapsichici. Con ciò si spiegherebbe perché, trattandosi di bambini, la ricerca degli strumenti più adeguati da impiegare nella psicodiagnosi avvenga all’interno delle attività predilette dai piccoli: e quale migliore attività, se non quella del gioco? (per un approfondimento, si rimanda all’articolo “Il ruolo del gioco nello sviluppo – Da 0 a 99 anni” della rivista di Ottobre 2015).
Chi non ha mai sentito parlare di stress da vacanze? Come psicologo posso riportare innumerevoli esempi di pazienti che al rientro dalle vacanze trascorse in famiglia hanno lamentato livelli di stress aumentati e un peggioramento netto del tono dell’umore.
I media, nel periodo immediatamente precedente e successivo alle vacanze, invernali ed estive, ci sommergono con articoli, vignette e statistiche riguardanti lo stress da festività o da rientro a casa, e come poterci risollevare al meglio, alla stregua delle diete detox per riprendersi dai bagordi alimentari natalizi.
Ma lo stress “feste-correlato” esiste davvero come fenomeno clinico, o è solo un’invenzione dei media?
Nel mio precedente articolo sulla fibromialgia (per un approfondimento, si rimanda all’articolo “Uno sguardo alla fibromialgia – Un male invisibile”), analizzando le cause di esordio di questa patologia, ho fatto un breve accenno allo stress, come fattore scatenante dei sintomi di questo disturbo. L’obiettivo dell’articolo pubblicato oggi, è proprio quello di dare al lettore un aiuto nel capire cosa c’è dietro questo “male misterioso”, eppure così comune, che ci accompagna in molte occasioni della vita ed è causa di svariate patologie psicologiche, psichiatriche, ma anche fisiche. Lo stress può influire su quello che noi siamo e, se l’evento stressante è presente durante la nostra infanzia, può determinare disturbi nella crescita e nella formazione di un’identità solida. Nelle nostre giornate, ma più in generale nella nostra vita, durante la vita, siamo continuamente esposti a fonti di stress: basti pensare alle interrogazioni durante le scuole superiori, ad una scadenza da rispettare per il lavoro, alla consegna di un progetto all’università, e potremmo continuare l’elenco all’infinito. Quanta ansia e quanto stress ci sono dietro questi eventi apparentemente banali e di facile gestione? Quanto influisce tutto ciò sulla nostra persona e sul nostro organismo?
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