La colite psicosomatica
L’evacuazione di un sè non accettato

Nell’arco della propria vita, chiunque, dal più sensibile al più razionale, avrà avuto modo di constatare che il proprio corpo e i propri organi sono, molte volte, il rappresentante simbolico di uno stato emotivo inesprimibile verbalmente, divenendo l’organo stesso il mezzo con cui parlare. Ce ne rendiamo conto quando il nostro cuore batte forte dinanzi ad un carissimo amico di cui siamo innamorati ma di cui non possiamo prenderne coscienza perché spaventati dalle conseguenze, oppure dinanzi ad un gran mal di testa, dopo che ci siamo detti “Basta, non ci pensare” (per un maggior approfondimento si rimanda all’articolo “La cefalea psicosomatica – La logica che uccide”) , o davanti ad una gastrite lancinante causata dai nostri vani tentativi di reprimere vissuti di rabbia verso una persona cara (per un maggior approfondimento si rimanda all’articolo “La gastrite psicosomatica – Il dolore delle emozioni indigeribili” ). Un organo che viene preso molto spesso in considerazione, dinanzi alle proprie angosce, è l’intestino, rappresentante non solo dei “bassi istinti” ma anche della funzionalità che esso ricopre: eliminare le scorie e, dunque, i vissuti e le parti di sé inaccettabili, attraverso le coliti. 

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Sull’alcolismo
Aggrappàti a un sorso in più

Fine maggio. Un’altra calda e intensa giornata era ormai tramontata. Così, col sole alle loro spalle, Barbara e Paolo – cresciuti insieme e amici per la pelle da oltre un ventennio – si accingevano a prepararsi per il lungo sabato sera che li attendeva. Prima una frugale cenetta a tu per tu, poi giù in piazza per una bevuta con l’intero gruppo, ed infine tutti insieme a fare quattro salti in discoteca, fino alle prime luci dell’alba. Era un bel giovane uomo, il timido Paolo. L’animo gentile, il cuore pulito e tutte le donne del mondo ai suoi piedi. Eppure, c’era in lui qualcosa d’inafferrabile, una scomoda quanto ingestibile parte che faceva il suo ingresso solo nel buio della notte, quando immerso nel clima danzereccio e goliardico generale perdeva pian piano ogni tipo di freno, diventando fumoso e fastidioso tanto quanto le luci accecanti e stroboscopiche dei suoi amati locali. Ogni festino che si rispettasse diveniva teatro di quella sua reversibile e spaventosa trasformazione: via via che l’alcol  andava giù, a fiumi, lui si faceva sempre più pedante, rumoroso. Litigioso.

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I mille frammenti dello specchio. L’universo celato dietro un DCA

La prima volta che ho sentito parlare di anoressia, il più “famoso” tra i disturbi del comportamento alimentare, l’ho collegato in maniera automatica alla pressione culturale relativa alla magrezza. Indubbiamente, infatti, è dilagante nella società occidentale il mito della magrezza e come essa sia divenuta ormai sinonimo di bellezza. Diverse ricerche, infatti, hanno messo in evidenza  come l’indice di massa corporea richiesto alle modelle in concorsi di bellezza come miss America si sia abbassato di circa 2 punti dagli anni 50 agli anni 2000. Tuttavia è decisamente riduttivo e limitante sia per fini di ricerca che curativi, ridurre un dca a meri fattori culturali; questi devono essere considerati solo come uno dei tanti fattori di rischio che sono alle spalle di questi disturbi.

Mi piace usare questa metafora: il dca è la punta dell’iceberg. Sotto lo spettro dell’ acqua c’è tutto il fulcro del disturbo che è strettamente connesso all’individualità del paziente, alla sua storia. In altre parole, apparentemente, vediamo le stesse manifestazioni cliniche, le stesse punte dell’iceberg ma queste celano dei meccanismi ogni volta diversi. Lo specchio non è mai univoco ma spezzettato in mille piccoli frammenti che ogni volta raccontano qualcosa di diverso.

Anoressia, cibo, disturbi alimentari, psicoterapia

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La teoria emotiva dell’obesità
Alla ricerca di un equilibrio tra pieni e vuoti

Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

Il tema dell’obesità è stato trattato diverse volte nella nostra rivista (per approfondimenti si rimanda agli articoli “Dipendenza da cibo- il legame tra nutrimento ed emozione” nel mese di febbraio 2015, “Obesità – L’imbottitura dell’anima” nel mese di settembre 2015). Questo perché nei diversi disturbi riguardanti l’alimentazione, sebbene abbiano un’eziologia multifattoriale, la componente psicologica è sempre presente. Per prima cosa sarebbe utile fare una distinzione tra obesità esogena ed endogena. Quando parliamo di obesità endogena parliamo di un disturbo causato da una patologia organica, come può essere ad esempio un problema alla tiroide o una patologia medica di altro tipo. L’obesità esogena al contrario è un disturbo del comportamento alimentare che ha all’origine un’anomalia nel modo in cui è avvertita la fame, a causa di un apprendimento percettivo errato. In entrambi i casi, però, sia che la componente psicologica sia la causa, sia che costituisca una conseguenza del disturbo, è sempre presente. È per tale motivo che con il tempo sono state formulate diverse teorie sull’argomento. Quella che mi piacerebbe approfondire oggi è la teoria emotiva dell’obesità.

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Anoressia e “desiderio di godimento”
Dall’oggetto primario all’ “oggetto niente”, dal seno al digiuno

“Devo masticare in modo che possa avere un’idea del sapore. Ma non devo inghiottire NIENTE. Poi sputo tutto. Così resto me stessa, ma senza rinunciare al sapore”(dall’esperienza clinica di Massimo Recalcati – trattamento di una paziente anoressica che descrive il suo modo di nutrirsi). Il niente è oggi di moda. Non la moda filosofica del nichilismo ma quella patologica dei disturbi alimentari. Anoressia e bulimia assumono come loro specifico oggetto del desiderio il Niente. L’ anoressia mangia il niente. L’ oggetto del desiderio non è mancante ma da ritrovare in quanto usato in modo particolarmente improprio. Ecco perchè l’ anoressia può essere oggi intesa come nichilismo del desiderio.

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Dipendenza da Tabacco
Quando i pensieri vanno in fumo

“…Mi colse un’inquietudine enorme. Pensai: «Giacché mi fa male non fumerò mai più, ma prima voglio farlo per l’ultima volta». Accesi una sigaretta e mi sentii subito liberato dall’inquietudine(…) Finii tutta la sigaretta con l’accuratezza con cui si compie un voto. E, sempre soffrendo orribilmente, ne fumai molte altre…”

(La Coscienza di Zeno – Italo Svevo)

Sui pacchetti di sigarette e negli occhi della gente leggiamo quotidianamente “il fumo nuoce gravemente alla salute”. Ogni fumatore dipendente ne è consapevole, giacché vive sul proprio corpo gli effetti nocivi del fumo, della dipendenza e conosce perfettamente gli studi sui rischi associati all’abuso di nicotina nel tempo. Conoscere a cosa si va incontro, però, non rappresenta una spinta considerevole allo smettere di fumare. Come mai?

dipendenza da fumo, fumare, sigarette, tabagismo

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Il caso Spotlight
Il riconoscimento dell’abuso

Thomas McCarthy decide di portare sul grande schermo un film inchiesta duro, accademico e rigoroso, sul tema pedofilia nella chiesa, ripercorrendo i fatti che tra il 2001 e il 2002 hanno travolto la diocesi di Boston, ottenendo il premio per il miglior film agli Oscar dello scorso febbraio. Il film introduce un tema scottante; la negazione dell’abuso. Una negazione che viene agita molto spesso e a più livelli. Dai familiari delle vittime, fino all’intero contesto sociale in cui l’evento va a inserirsi. Chi paga il prezzo di questa negazione sono ovviamente le vittime.

Estate 2001, i giornalisti investigativi riuniti nel team denominato “Spotlight” di Miami conoscono il loro nuovo direttore, Marty Baron, e le loro vite sono destinate a cambiare. Perché Marty vuole che il giornale torni ad occuparsi di tematiche scomode, ad esempio di pedofilia. Il primo caso di cui si interessano infatti è relativo all’accusa rivolta ad un sacerdote locale, sospettato di aver abusato di numerosi bambini e giovani della sua diocesi, nel corso di trent’anni, lasciato agire indisturbato dalla Curia. Il nuovo direttore è convinto che il cardinale di Boston ne fosse al corrente, ma che abbia fatto tutto ciò che poteva per insabbiare lo scandalo che rischiava di minare la sua chiesa dall’interno. 

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Le fiabe in psicoanalisi
Jack ed il fagiolo magico

In una casetta di pietra vivevano, molti e poi molti anni fa, una povera vedova e il suo unico figlio, che si chiamava Jack. Non possedevano che una mucca. La mucca dava loro ogni giorno una certa quantità di latte, e con la vendita del latte i due campavano, seppure miseramente.Ma la mucca invecchiava, e allora la vedova l’affidò al figlio perché la portasse al mercato, dove avrebbe potuto venderla.

(Per un maggior approfondimento si rimanda all’articolo La funzione psicologica della fiaba – Il regno del proprio inconscio)

La fiaba di Jack e il fagiolo magico introduce uno stadio del bambino ben preciso. Descrive come in passato viveva una coppia madre-bambino, dove l’unico bene posseduto era una mucca, rimandando alla relazione simbiotica dell’allattamento madre-bambino. La fiaba di Jack e il fagiolo magico è prettamente rivolta al genere maschile anche se, come tutte le fiabe, ogni bambino può identificarsi in vari personaggi della fiaba per poter elaborare determinate dinamiche inconsce. In questo caso, la fiaba descrive come il bambino debba attraversare varie fasi per diventare un vero uomo. La storia inizia dunque dalla necessità di superare la fase orale, ossia quella fase paradisiaca dove il bambino sente soddisfati tutti i suoi bisogni, dipendendo dalla madre. La mucca, allegoria della madre che allatta, è invecchiata e non dà più latte (rimandando allo svezzamento), pertanto il bambino si trova ad entrare in una nuova fase della propria vita, dove può contare soltanto su sé stesso e sul proprio corpo per il soddisfacimento dei propri bisogni, segnando la fine dell’infanzia (uscire fuori di casa).

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Nella mente del bambino
L’uso dell’oggetto: alla scoperta del mondo

Soffermandoci attentamente sulle fasi di sviluppo più precoci dell’infante, uno degli aspetti che appare forse più prepotentemente sulla scena è la modalità d’interazione che il bambino intrattiene col proprio mondo. Al centro di quell’universo, il bambino colloca anzitutto la propria madre, qui concepita come sua estensione e primo oggetto d’amore indiscusso su cui andrà a riverberarsi ogni sua proiezione e ambivalenza (per un approfondimento, si rimanda all’articolo Amore e odio. Bambino, oggetto e spinta alla riparazione. Il momento evolutivo qui descritto è indubbiamente connotato da un egocentrismo di fondo di cui l’infante è pienamente intriso: agli occhi di un bambino così piccolo, l’esistenza di oggetti posti nel mondo è tale semplicemente perché lui ha dato loro vita e lì, li ha collocati. In un simile spazio – tempo, ancora estremamente lontano dall’idea dell’altro – da –  sé – le relazioni intrattenute dal bambino sono tutte intessute sulla base di una percezione soggettiva della realtà, in cui cioè il mondo intero e la totalità degli oggetti che lo popolano sono un prodotto dell’infante. Una visione così peculiare delle cose può essere meglio compresa solo se associata al controllo onnipotente, un’operazione che in questa sua parte di vita occupa la mente del piccolo in modo decisamente massiccio; nella fattispecie, in questo stadio egli è solo in grado di “entrare in rapporto” con l’oggetto, spostando e agendo su di esso tutte le possibili proiezioni del caso: potremmo dire che il bambino sente come di coincidere con l’oggetto, poiché con esso s’identifica e, percependolo come un tutt’uno con sé, da esso si sente in qualche modo svuotato. 

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L’endometriosi
Un dolore misconosciuto

“Quando finalmente ho ricevuto la diagnosi il mio ragazzo è fuggito, di fronte alla prospettiva degli interventi e della possibile sterilità.”

Queste sono le parole di una paziente, che chiamerò Anna, per tutelarne la privacy. La storia di Anna è esemplare per ogni  paziente affetta da endometriosi. Il suo calvario personale è iniziato a undici anni, con l’arrivo delle prime mestruazioni. Quello che per le altre ragazze era un momento doloroso, ma di certo non invalidante, per Anna era ragione di ansia e vergogna. Le sue compagne di classe la prendevano in giro, perché piangeva dal dolore e a volte non riusciva ad andare a scuola, e soprattutto perché secondo loro non era in grado di posizionare bene l’assorbente, dato che si sporcava sempre i pantaloni. Ma quelle bambine non sapevano che Anna perdeva sangue anche dal retto e persino dall’ombelico.

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