La psicoterapia
Un mondo di paradossi

in psicologia, il flusso (in inglese flow), o esperienza ottimale, è uno stato di coscienza in cui la persona è completamente immersa in un’attività; una condizione caratterizzata da un totale coinvolgimento dell’individuo. L’individuo è attivo e partecipe del processo stesso in cui è immerso e che lo conduce verso la possibilità di trasformazione.

“Per quanto ci sentiamo esperti, le nostre conoscenze su come allevare i bambini di qualsiasi età sono davvero molto scarse. Iniziamo solo ora a sapere di non sapere – e questo è già qualcosa”. (Bion, 1975)

Per ognuno di noi esistono due realtà: esterna ed interna. La realtà esterna viene vissuta nei termini della realtà individuale interna, modellata dalle esperienze passate, lenti attraverso le quali il presente viene interpretato e la funzione dell’analisi consiste nello stare su questi due piani di realtà, coglierne le caratteristiche nonché la loro costante interazione. La non oggettività della realtà conduce il terapeuta verso la scoperta del mondo dell’inconscio del paziente attraverso anche di sé e della complessità del proprio inconscio: una condizione bidirezionale che permette non solo il sussistere della relazione, ma dà la possibilità di accedere ad un processo di scoperta in rappresentanza di un percorso di cura.

Wilfred Ruprecht Bion, psicoanalista britannico, forse più di tutti, ha esplicitato la necessità di ogni individuo di mostrarsi aperto verso tutto ciò che non conosce; consapevole dell’angoscia scaturita da uno stile di vita messo a confronto con materiale incomprensibile. 

Paziente e terapeuta si incontrano in uno spazio in cui è possibile esistere per la possibilità che viene data al primo elemento della relazione di esprimersi, essere quindi trasformarsi attraverso la disponibilità del secondo elemento di concedere all’altro la possibilità di essere persona con tutte le contraddizioni del caso. Vengono toccate complessità e contraddizioni in uno spazio delimitato da confini del Setting che regolano l’emergere di particolarità che hanno l’occasione di fuoriuscire. Sono confini funzionali a contenere l’angoscia e tutte le emozioni negative grazie all’ascolto e all’accoglienza. Una attenzione che segue il flusso dell’inconscio oggetto della scoperta che avviene insieme, attraverso cui il terapeuta deve abbandonare le proprie conoscenze categoriali per poter accogliere l’esperienza del nuovo ed essere allo stesso tempo conscio dell’emozione evocata; una attenzione fluttuante senza la quale non vi è conoscenza. Tale atteggiamento crea una apertura verso tutto ciò che accade nella stanza di analisi per affrontare gli avvenimenti di espressione di sé mettendosi in una posizione riflessiva e di permeabilità attraverso cui le emozioni possono essere ascoltate, sentite e pensate perché possono accadere grazie alla capacità di accoglierle e tollerando la frustrazione dovuta all’assenza di una interpretazione da riferire al paziente, così da poter cogliere in profondità i contenuti dell’inconscio che emergono.

”In ogni studio professionale dovrebbero esserci due individui spaventati: il paziente ed il terapeuta. Se non lo sono, viene da chiedersi perché si debbano affaticare a scoprire cose che già tutti sanno”. (Bion, 1974)

I clinici imparano a tollerare di non capire e di sentirsi in uno stato di impotenza ed il lavoro oneroso consiste nell’assumere una posizione di ascolto e di apprendimento dal paziente al fine di far entrare dentro di sé ciò che c’è di nuovo dalla narrazione dell’altro per dare forma nuova a ciò che viene raccontato. Tanto per il paziente quanto per il terapeuta “sé stesso” e “l’altro” sono termini interscambiabili, così come “dentro” e “fuori” e nell’inconscio non c’è negazione né contraddizione, né concetto di tempo. Attraverso il racconto delle proprie esperienze di vita, il passato si intrufola nel tempo attuale e la storia rivissuta acquisisce altre verità e significati attraverso la possibilità di essere pensata come se appartenesse davvero al presente. 

Si crea uno spazio potenziale in parte reale ed in parte illusorio dove è, appunto, possibile offrire opportunità creative partecipando insieme ad un appoggio nonché contenitore della propria vita emotiva. Uno spazio di ricreazione e trasformazione del sé in cui l’inconscio è al sicuro in confini definiti quindi con la possibilità di emergere e il paziente di conoscersi facendo esperienza di sé. 

La psicoterapia dà spazio al pensiero che è in continua trasformazione e permette l’acquisizione di nuove forme di consapevolezza e di attenzione su di sé e sull’altro. Una capacità riflessiva che ci consente di divenire come soggetti unici e irripetibili.

‘Flusso’ deriva dal termine latino affluxum (participio passato di affluere): scorrere, fluire. ‘Fluttuare’ da fluere, ‘fluire’; ‘fluttuante’: mosso dai flutti, dal vento, ondeggiante, instabile, soggetto a variazioni.

Dott.ssa Ilaria Pellegrini

Riceve su appuntamento a Pomezia e Roma (zona Piramide)

(+39) 3897972535

ilariapellegrini85@gmail.com

Per approfondire:

  • Blanco, M (1975). L’insconcio come insieme infiniti
  • Casement, P (1985). Apprendere dal paziente
  • Gabbard, O (1999). Variazioni del Setting
  • Winnicott, D (1971). Gioco e realtà

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Una metafora del rapporto alla follia
La nave dei folli

Nave dei folli di H. Bosch (1494 circa)

Quanto segue è tratto dalle riflessioni di M. Foucault presenti nel saggio “Storia della follia nell’età classica” (1972). Credo sia importante tenere presente e ricordare alcuni fatti storici per poter comprendere l’approccio che oggi si tende ad avere alla follia. Rapporto, a dire il vero, che per tanti versi è stato plasmato da innumerevoli scoperte avvenute negli ultimi due o tre secoli.

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Desiderare
Distogliere lo sguardo dalle stelle

«Cos’è la sofferenza psichica?» 

 «è quando una vita si accorge di essersi allontanata dalla legge del suo desiderio. Di essere andata in un’altra direzione». 

(M. Recalcati)

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Le Carte Dixit
L’Uso in Psicoterapia

Dixit è un gioco da tavolo acquistabile nei negozi di giocattoli e nelle librerie, ma anche online.

È un gioco di carte, di narrazione e di fantasia in cui lo scopo è far capire a qualcuno (ma non a tutti) la propria carta, descrivendola con una o più parole significative. Nasce nel 2002 da un’idea di un neuropsichiatra infantile, Jean-Louis Roubira, specializzato nella relazione madre-bambino, nel tentativo di creare uno strumento d’indagine dei vissuti dei bambini con la volontà di uscire da un clima asettico di valutazione. Le varie carte, disegnate ad hoc da illustratori e illustratrici, mettono al centro tematiche arcaiche antropologiche e psicologiche come il tema della nascita, le libertà e le prigionie, le scelte, le ambiguità, il falso sé, le relazioni, l’amore… Nelle carte sono presenti numerosi elementi ispirati alle fiabe tradizionali che portano con sé gli archetipi dell’inconscio collettivo.

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La psicoterapia di gruppo. Porte da aprire e chiavi da trovare

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La psicoterapia di gruppo viene praticata sia nelle istituzioni pubbliche che private in tutto il mondo per una crescente comprensione della sua rilevanza sia per la vita sociale in generale che per la terapia di comunità, oltre che per le procedure di selezione e di istruzione se vogliamo andare oltre l’ambito clinico.

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L’inconscio sociale. L’Io e il Noi

Oltre che essere umani siamo anche esseri culturali. Ciò vuol dire che la nostra identità è anche culturale ovvero contenente elementi fondamentali quali l’etnia ed essa è influenzata dalla classe sociale, dall’età, dalla religione, dal genere, dall’orientamento sessuale e dalle dinamiche familiari. 

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L’ultimo incontro. La fine della terapia

Come ogni relazione, anche quella terapeutica giunge a un termine.

Ma qual è questo termine, chi lo stabilisce e quando, rappresenta una controversia teorica e metodologica iniziata accademicamente dal 1937.

Freud non aveva dubbi circa il significato della fine di un’analisi. Essa si considera tale quando «paziente e analista smettono di incontrarsi in occasione delle sedute analitiche». In altri termini quando paziente e analista ritengono di aver raggiunto, ciascuno dal suo punto di vista, la meta prefissata: il primo il benessere psicologico personale e il secondo la convinzione di aver portato il paziente ad una condizione che lo garantisca dal «rinnovarsi dei processi patologici in questione».

Egli affrontò la questione in un saggio fondamentale scritto nel 1937, «Die endiiche und die unendiiche Analyse»,  ovvero «Analisi terminabile e interminabile». Per Freud l’analisi «definitivamente portate a termine» comporta l’assunto che la guarigione analitica possa essere definitiva, ovvero che il conflitto pulsionale (tra Es ed lo) sia risolto per sempre e non possa ulteriormente verificarsi.

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La Psicoterapia Online
Pratica Clinica tra Reale e Virtuale

Esercitare la professione di psicologo e di psicoterapeuta in un’era digitalizzata, pone obbligatoriamente di fronte a grandi interrogati sulla funzione di internet e dei nuovi strumenti tecnologici nei percorsi di cura.

Sappiamo come internet sia un ottimo veicolo per comunicare: ci permette di sentirci vicini anche a distanza, presenti nelle relazioni anche in assenza di presenza fisica. È uno strumento che non possiamo fare a meno di impiegare quotidianamente nelle nostre relazioni significative. È dunque necessario interrogarsi sui significati che assume il suo utilizzo nella pratica clinica e che effetti determina nella relazione terapeutica.

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Le donne “Roki”. Nascere senza utero e senza vagina

Le donne “Roki” – nascere con senza utero e senza vagina

La sindrome di Rokitansky Mayer Küster Hauser è anche conosciuta come agenesia Mülleriana. Essere affette da questa sindrome significa nascere senza vagina e avere un utero rudimentale o completamente assente. Questa condizione è stata osservata per la prima volta già da Ippocrate; nel libro “Natura della donna” descrive un’ostruzione membranosa del canale vaginale. Successivamente il barone Karl von Rokitansky la scoprì contemporaneamente a Mayer, mentre anni dopo Kuster osservò che le donne con questa sindrome hanno spesso anche difetti urologici.

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Dipendenza da Phon
Ritornare nella pancia della mamma

dipendenza da phon

Le testimonianze sottolineano l’effetto benefico di questa pratica, indicando la diminuzione dello stress e l’ aumento della capacità di concentrazione e di sonno

Di corsa. Siamo sempre di corsa.

Nella quotidianità sentiamo la pressione di incastrare alla perfezione i nostri impegni  lavorativi, familiari, il tempo per lo sport, lo svago… come fossimo in una delle nostre migliori partite di Tetris. Viviamo in un mondo che ci richiede di essere multitasking, un mondo in cui l’unica parola d’ordine è “correre”.

Mangiamo di fretta, dormiamo poco, ci spostiamo frequentemente da un posto a un altro della città litigando con il traffico.. e tutto il giorno sentiamo il telefono che squilla.. chiamate, messaggi…Corriamo, corriamo per poi affannarci.

Spesso riusciamo a fermarci solo con un’influenza, un mal di testa, un dolore muscolare o alle ossa, un bruciore di stomaco…. Il nostro corpo ci parla e sa cosa dirci: reagisce allo stress e alle emozioni non pensate attraverso quei dolori fisici, quei segnali che ci permettono di fermarci. Certamente è fondamentale imparare a decodificare le emozioni alla base dei nostri dolori per ridurre il livello di stress correlato alle malsane abitudini giornaliere e ritagliarsi del tempo per la cura di se stessi, concedendosi di seguire una nuova parola d’ordine: “relax”. Rilassarsi è diventato un bisogno condiviso, che dobbiamo imparare ad assecondare, accantonando il senso di colpa culturale legato al “dover fare”.

Consapevolmente o meno, a livello difensivo elaboriamo delle personali strategie per abbassare il livello di stress e diminuire il nostro rumore della vita quotidiana.

Un fenomeno che si muove in questa direzione, inserendosi in un quadro di frenesia sociale, è l’aumento dell’utilizzo del phon allo scopo alternativo di rilassarsi. Non è raro sentir parlare di questa specifica pratica diffusa soprattutto fra i giovani. Il piccolo elettrodomestico non viene più impiegato esclusivamente per asciugare, ma anche per godere dell’effetto benefico della congiunzione fra rumore e calore.

Si sente l’impulso di accedere il phon mossi, in primis, proprio dal bisogno di rinchiudersi in un mondo ovattato in cui potersi rilassare. Le testimonianze sottolineano l’effetto benefico di questa pratica, indicando la diminuzione dello stress e l’ aumento della capacità di concentrazione e di sonno.  Le proprietà soporifere e rigeneratrici vengono spesso scoperte dai genitori alle prese con piccole resistenze nel momento della nanna dei neonati.

Il phon rilassa, isola, protegge, coccola, aiuta a pensare, a studiare, a dormire..

La magia del phon è data dalla unione del suo rumore con il calore sulla pelle, due sensazioni che rievocano dei bisogni soddisfatti nella vita intrauterina.

Nella placenta, dove la nostra realtà sonora è ovattata e filtrata, percepiamo un rumore simile al rumore del phon. Si definisce rumore bianco (o white noise) essendo un suono composto dalla totalità delle frequenze udibili, per lo stesso principio in cui la luce bianca rappresenta  l’insieme di tutti i colori visibili. Oltre al phon e altri elettrodomestici come l’aspirapolvere e la cappa della cucina, la proprietà dei rumori bianchi appartiene anche elementi naturali come la pioggia, lo scorrere di un ruscello, l’infrangersi del mare sugli scogli… che contribuiscono a mascherare altri suoni fastidiosi dell’ambiente. La costante ripetizione delle frequenze, tipica dei rumori bianchi, facilita il raggiungimento di una sensazione simile ad un’estasi dove la psiche automaticamente allontana i pensieri complessi e si abbandona.

Anche la ricerca di calore ci parla di un bisogno soddisfatto nella vita prenatale. Il feto sperimenta sensazioni di calore nel prolungato ed ampio contatto con la madre, nell’esperienza di un corpo avvolto, contenuto, protetto e al tempo stesso fuso con il suo ed il mondo intorno. Le teorie dell’attaccamento sottolineano a riguardo l’importanza del calore materno.

In chiave psicodinamica, è plausibile rileggere l’utilizzo frequente della pratica alternativa del phon come un bisogno di regressione ad uno stadio di pre-nascita in cui l’uno è il tutto e la fusione la chiave di lettura del tutto. Regredendo ad uno stadio indifferenziato, l’individuo entra in contatto con un senso di protezione e sicurezza che permette di rilassarsi e parla anche di un bisogno di accudimento e di dipendenza dalla figura materna. Quei bisogni devono essere soddisfatti nel qui ed ora, laddove non lo sono stati a pieno nel lì e allora.

Con tali premesse, non è complesso immaginare come la pratica alternativa del phon possa evolversi nello strutturarsi di una dipendenza associabile al grande calderone delle new addiction, come il tempo in sua compagnia possa aumentare in maniera esponenziale e interferire in modo significativo con le normali abitudini della vita quotidiana. I bisogni di calore e di rumore diventano tanto forti da istaurare il classico meccanismo di coazione a ripetere per soddisfarli; spegnere il phon e privarsene diventa a mano a mano sempre più difficile perché si allontana la possibilità di soddisfare i propri bisogni senza la sostanza-elettrodomestico.

Non mancano i pericoli materiali legati ad un utilizzo spropositato del  phon: oltre all’aumento dei consumi elettrici che registra una ricaduta economica sul bilancio familiare, si rischia che un utilizzo eccessivo provochi ustioni o vescicole sulla pelle e che, qualora fosse anche incontrollato, generi la possibilità di incendi.

Questa nuova pratica può essere nata come un tentativo, collettivamente condiviso, di rilassarsi in un mondo ricco di frenesie. La tendenza alla cronicizzazione, all’instaurarsi di un meccanismo di dipendenza racconta, invece, la necessità del singolo di sopperire a delle mancanze, a dei bisogni non soddisfatti, la necessità di rifugiarsi in un mondo intrauterino dove le responsabilità non esistono e la realtà è ovattata. Dietro alla scelta di iniziare a praticare un comportamento così bizzarro come la pratica alternativa del phon,  può nascondersi un significato profondo che, laddove si volesse approfondire, aprirebbe ampi mondi di esplorazione sul sé e sulle proprie relazioni oggettuali.

Dott.ssa Emanuela Gamba

Psicologa, Psicoterapeuta ed esperta in Psico-oncologia

Riceve a Roma su appuntamento

mail. emanuela.gamba@emanuelagamba – tel. (+39) 340/0029520

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