Effetto Rosenthal
Outfit per il fallimento volontario

psicologia della moda
anastasia giangrande

Il concetto di “profezia che si autoavvera” (o autoadempie o autodetermina) fu introdotto nel 1948 dal sociologo Robert K. Merton nel libro “Teoria e struttura sociale”. 

Consiste in una previsione che si realizza solo per il fatto di essere stata espressa: viene formulata una predizione che da origine ad un evento; nel modo in cui si svolge, l’evento va a confermare e verificare la predizione, dando vita ad una relazione circolare vincolante e auto confermante.

In psicologia avviene quando una persona si crea una credenza, una convinzione, ed agisce in base ad essa: comportandosi come se fosse reale, la rende reale.

Ciò avviene in quanto la credenza influenza il pensiero, il comportamento quindi l’andamento degli eventi.

Le azioni e i comportamenti che la persona mette in atto hanno così il fine di confermare il sistema di convinzioni che è stato creato, sia esso negativo o positivo.

Il caso più esemplificativo è quello inerente gli esami universitari. 

Se la convinzione è quella di non essere sufficientemente preparati o di essere talmente sfortunati da ricevere la domanda sull’argomento non studiato per bene, si agirà in modo tale da compromettere il buon esito della prova, impegnandosi anche meno nella preparazione della stessa. E questo per confermare la credenza (disfunzionale) iniziale. 

A volte ciò succede in modo subdolo, quasi inconsapevole.

Se siamo convinti che l’esame non andrà bene basterà leggere (o ascoltare) la domanda, rintracciare la virgola che confermi la credenza, e rinunciare a qualsiasi tentativo di riuscita.

Di contro, se la convinzione è di essere preparati e di passare l’esame, si farà appello a tutte le  proprie risorse pur di confermarla e ottenere un risultato positivo.

Da cosa deriva la profezia?

Tutti possediamo un bagaglio di nozioni e convinzioni che ci sono state impartite ed altrettante esperienze vissute, che influenzano il modo in cui percepiamo noi stessi, gli altri e le situazioni che viviamo, e che guidano i nostri comportamenti.

Siamo convinti di queste idee e ci comportiamo i in base ad esse, anche se negative e causa di grosse difficoltà.

E ciò avviene perché le persone, chi più chi meno, lottano costantemente per aver ragione, per confermare le proprie credenze, nel bene e nel male. Anche se causa della propria insoddisfazione e infelicità.

Con le nostre azioni o rinunce contribuiamo al mantenimento di circuiti disfunzionali e nocivi. Se una persona è convinta di non valere niente o non potercela fare, perché le è stato rimandato da chi la circonda o per esperienze pregresse, finirà con il convincersi di questo ed agire al di sotto delle proprie potenzialità, o ponendosi obiettivi al di là delle proprie competenze attuali solo per confermare il suo scarso valore e giustificare la mancanza di impegno in ciò che fa.

La profezia che si autoavvera si applica a tutte le convinzioni e le azioni che popolano il nostro vissuto quotidiano, anche all’abbigliamento.

Le credenze connesse al significato simbolico dei vestiti infatti possono influenzare emozioni, processi cognitivi nonché il risultato delle azioni.

Come altri mezzi a nostra disposizione, anche i vestiti sono partecipi del processo che mettiamo in atto per confermare le nostre credenze e pilotare gli eventi.

Ad esempio, immaginate di dover andare ad un appuntamento romantico. Se il pensiero guidante è “QUESTO DATE ANDRÀ BENE” farete di tutto perché ciò avvenga. Indosserete l’abito più bello, che esalta le vostre qualità e vi fa sentire a vostro agio, sicuri di voi. 

Con esso indosserete anche un atteggiamento positivo e propositivo, vi spoglierete di parte delle vostre difese e cercherete in ogni modo di far andar bene l’incontro.

Ed anche se dovesse tradire le aspettative, attribuirete l’esito a fattori esterni da voi e non lo considererete come un fallimento personale.   

Al contrario, se l’idea è “SARÀ UN ALTRO CASO UMANO, INUTILE ANCHE CHE CI SPERI”con molta probabilità porrete le condizioni perché sia così. 

Non curerete la vostra immagine, sceglierete l’abito che vi trasmette un arsenale di bad vibes, non sarete brillanti e simpatici, anzi di sicuro annoiati e annoianti, e la serata terminerà proprio come vi aspettavate. E tornerete a casa dicendo “lo sapevo, non va mai bene niente”, innalzando ulteriori resistenze alla vostra realizzazione personale.

Lo stesso può succedere nel caso di un colloquio di lavoro.

Se la credenza è che andrà male, l’atteggiamento sarà quello di chi non ha interesse nell’essere assunto: si sceglierà un outfit che comunica resa o che provoca ostilità nell’intervistatore e si agirà in maniera disinteressata e superficiale.

Se invece si è convinti di essere adatti per quella posizione e di poterla ottenere ci si comporterà esattamente al contrario: il look sarà curato nel minimo dettaglio, studiato per presentare la versione migliore di sé; si investiranno tempo ed energie per prepararsi al colloquio e ci si presenterà quel giorno con la giusta armatura e sicuri di sé.

Anche il capo porta fortuna può essere considerato come profezia che si autoadempie tangibile: “se indosso la mia camicia porta fortuna l’esame andrà bene”. 

Durante la laurea magistrale ad ogni prova indossavo sempre gli stessi calzini dei Minions. Li avevo quando presi il mio primo 30 e lode, per cui (inizialmente in modo inconsapevole) erano un accessorio irrinunciabile della mia divisa per gli esami. 

Sapevo che l’esito non dipendeva da quei calzini, ma indossarli mi faceva sentire più sicura di me e del risultato che avrei ottenuto.

Anche nel caso della profezia che si autoavvera la parola d’ordine è: consapevolezza. 

Bisogna riconoscere gli schemi disfunzionali che si mettono in atto, smetterla di usarli come giustificazione all’infelicità e alla mancanza di impegno per ottenere ciò che si desidera ed essere consci del fatto che siamo responsabili dei nostri comportamenti e dei loro esiti. 

Convinzioni, esperienze pregresse, proiezioni degli altri, possono essere messi in discussione ed essere sostituiti con credenze e comportamenti funzionali e positivi.

Indossiamo le nostre convinzioni migliori, agiamo con l’obiettivo di realizzarle. 

Che male c’è ad aver ragione nel voler essere felici?!

Per approfondire:

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