Ambivalenza nelle relazioni
Amare la rosa, Odiare le spine

Di questi tempi, due anni fa, usciva un articolo che affrontava il tema delle relazioni patologiche e dei doppi legami (“Relazioni patologiche e doppi legami – Di relazioni ci si ammala, di relazioni si guarisce”). Sempre di questi tempi, l’anno passato, usciva un altro articolo sulla dipendenza nelle relazioni (“La dipendenza affettiva – Nè senza di te, né con te”).

A distanza di due anni, mantenendo la coerenza rispetto all’associazione tematica/periodo dell’anno (forse la primavera fa pensare alle relazioni?) siamo tutti un po’ cresciuti (anche il nostro “Sigaro di Freud”) e possiamo, come ogni anno, riprendere l’appuntamento sulle forme di relazione logoranti, ambivalenti, patologiche (?), affrontando la conseguente iper-attivazione del sistema di attaccamento.

Ma cosa è l’ambivalenza nelle relazioni?

Ogni cosa ha due lati, ogni rosa le sue spine. In ogni situazione ci sono aspetti positivi e negativi. Si ama la rosa nonostante le spine? Oppure si ama la rosa per la sua bellezza e contemporaneamente la si odia per le sue spine? Catullo ci suggerisce che si possa amare e odiare allo stesso tempo. Hegel con la sua dialettica ci spiega come, quando una tesi e un’antitesi si contrappongono, sia necessaria una sintesi che le superi. È difficile contemplare due aspetti opposti che convivano uno accanto all’altro o uno dopo l’altro. L’ambivalenza, l’incoerenza, è dolorosa per l’uomo, lo fa star male, anche fisicamente. È quindi funzionale eliminare l’ambivalenza. Come può avvenire questo? Una strategia (non particolarmente funzionale) è quella di escludere l’aspetto intollerabile dell’altr*, di scegliere di vedere solo una parte, quella più picavole… L’alternativa più sana è quella di cercare di vedere l’altro in tre dimensioni, sintetizzando le due dimensioni ambivalenti in una terza, altra.

Nelle relazioni ambivalenti, uno dei due attori invia segnali contrastanti: chiama, ma prova fastidio quando riceve una chiamata nel momento in cui non lo desidera; mostra interesse per l’altr*, ma lancia il messaggio che si sta ancora guardando intorno. Insomma, tiene l’altr* sulle spine. Ogni volta che arrivano questi messaggi contraddittori, il sistema di attaccamento dell’attore non ambivalente, si mette in moto e si attiva l’ansia per la relazione. Viene voglia di allontanarsi, di distanziarsi e le persone con una forte consapevolezza riescono addirittura a farlo.

L’ambivalente, che normalmente è un soggetto assai empatico, ma che spesso utilizza quest’empatia in maniera strumentale, fiuta questo tentativo di allontanamento, la sua insicurezza probabilmente sperimentata nelle relazioni precoci si attiva, e cerca disperatamente di “riacchiappare” l’altr*, con gesti plateali, messaggi romantici, atti di tenerezza.

L’altr*, laddove davvero interessato all’ambivalente, capitola e si scioglie davanti a questa inaspettata dolcezza per cui aveva ormai perso la speranza. Così l’ambivalente, sentendosi nuovamente al sicuro, può nuovamente allontanarsi e tornare a giocare al gatto e al topo. In breve tempo i messaggi positivi ritornano a mescolarsi a quelli ambigui, e di nuovo l’altr* si trova in balia di un turbine di emozioni.

Le conseguenze implicano che l’altr* vivrà col fiato sospeso, cercando di comprendere cosa passa nella testa dell’ambivalente, elemosinando un suo piccolo gesto, accontentandosi delle briciole. Si entrà quindi gradualmente ma in maniera fluida in un meccanismo di relazione asimmetrica, dove il “potere” relazionale è sbilanciato a favore dell’ambivalente. Spesso, alla base dell’ambivalenza, si annidano tratti narcisistici importanti, al limite del disturbo narcisistico di personalità (si rimanda all’articolo “Il narcisismo – L’arresto della capacità di amare”).

Ciò che avviene è iniziare a scambiare l’ansia, le preoccupazioni, l’ossessione e quei brevissimi momenti di gioia per amore. Viene confusa la passione con un sistema di attaccamento in azione. Se la cosa va avanti da tempo e non viene resa consapevole, o se attecchisce su meccanismi di ambivalenza già vissuti nel proprio passato, questo tipo di relazioni ambivalenti divengono dei modelli relazionali, dove si finisce per essere attratti da quegli individui che hanno le minori probabilità di rendere felici.
Avere un sistema di attaccamento perennemente attivo è il contrario di ciò che la natura aveva in mente per noi in termini di amore gratificante. Come si è visto, una delle scoperte più importanti degli psicologi Bowlby e Ainsworth è che per crescere e prosperare come esseri umani abbiamo bisogno di una base sicura da cui trarre forza e conforto. Perché ciò accada, il sistema di attaccamento deve essere calmo e sentirsi al sicuro.
L’euforia di certe relazioni non deve quindi essere fraintesa: è spesso insicurezza generata da un partner ambivalente, che si nutre dell’eccitazione continua data dalla non definizione della relazione.

Di questi tempi, due anni fa, usciva un articolo che affrontava il tema delle relazioni patologiche e dei doppi legami (“Relazioni patologiche e doppi legami – Di relazioni ci si ammala, di relazioni si guarisce”). Sempre di questi tempi, l’anno passato, usciva un altro articolo sulla dipendenza nelle relazioni (“La dipendenza affettiva – Nè senza di te, né con te”).

A distanza di due anni, mantenendo la coerenza rispetto all’associazione tematica/periodo dell’anno (forse la primavera fa pensare alle relazioni?) siamo tutti un po’ cresciuti (anche il nostro “Sigaro di Freud”) e possiamo, come ogni anno, riprendere l’appuntamento sulle forme di relazione logoranti, ambivalenti, patologiche (?), affrontando la conseguente iper-attivazione del sistema di attaccamento.

Ma cosa è l’ambivalenza nelle relazioni?

Dott.ssa Giulia Radi

Riceve su appuntamento a Perugia
(+39) 320 0185538
giulia.radi@hotmail.it

Per Approfondire:

Bateson G. Verso un’ecologia della mente (1972)

Watzlawick P, Beavin JH, Jackson DD. Pragmatica della comunicazione umana: Studio dei modelli interattivi della patologie e dei paradosso (1971)

Bowlby J.W. Attaccamento e trauma (1969)

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