Psicologia in Musica. Ci sono molti modi degli Afterhours

Afterhours image courtesy of Rolling stone

«L’unione del maschile con la donna viene determinata dal fatto che la coscienza dell’uomo si pone in rapporto con il femminile della donna come “solo” maschile e proietta su di lei il proprio femminile inconscio in forma di Anima. Allo stesso modo la donna si pone consciamente in rapporto con il maschile come “solo” femminile e proietta su di lui il proprio lato inconscio maschile in forma di Animus.»

Erich Neumann

Questa è la storia di un amore assassino, ma non nella classica accezione che questo termine potrebbe far pensare. All’inizio le parole sembrano rivolersi ad un’altra persona, probabilmente un ex compagna. Ma in realtà l’interlocutore siamo noi stessi, è la nostra anima.

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Psicologia in Musica. Minuetto di Mia Martini

Minuetto è una canzone scritta da Franco Califano e interpretato da Mia Martini, racconta e descrive lo sfogo e il dolore di una donna innamorata di un uomo con il quale instaura una relazione di dipendenza affettiva. Ha rivolto le sue attenzioni nei confronti dell’uomo “sbagliato”, con lui ha potuto sperimentare sentimenti di frustrazione, solitudine e sofferenza e più volte ha messo in discussione se stessa e il proprio pensiero. Si è rivelato uno dei più grandi successi dell’estate del 1973. Sono trascorsi più di quaranta anni e ancora oggi la canzone è conosciuta e continua ad essere canticchiata da molti di noi, probabilmente perché tocca delle note della vita importanti e sempre attuali. Chissà quante donne si sono sentite e continuano a rispecchiarsi in queste parole. Califano ha “cucito” addosso a Mia Martini il testo della canzone, ha affidato a lei l’interpretazione certo della sua impeccabile interpretazione. La musica di Bembo parte da una rivisitazione moderna di un minuetto (antico ballo francese), trasformandosi poi in una ballata più lenta e malinconica che accompagna le strofe in un altalena di emozioni portando a una rinascita o una chiave di svolta, per questa donna che ammette di aver “elemosinato amore” perché ignara del vero significato dell’amore.

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Psicologia in Musica. In bianco e nero di Carmen Consoli

“In bianco e nero” è un brano scritto da Carmen Consoli e portato al Festival di Sanremo del 2000 dalla stessa cantautrice catanese inserito nell’album “Stato di necessità”.

Carmen Consoli con la sua voce straordinaria dà vita a testi pregni di messaggi che desidera trasmettere al pubblico.

Ascoltando questa bellissima canzone chiudo gli occhi ed immagino una giovane donna che guarda con malinconia le foto di sua madre, ormai defunta, e che intraprende un bellissimo monologo introspettivo rimpiangendo il fatto di non aver condiviso con lei le sue perplessità rispetto al loro rapporto conflittuale. Il titolo “in bianco e nero” rimanda ai colori di un’antica foto della madre ancora infante, ma trasporta inesorabilmente la mia mente verso il concetto di contrasto, di conflitto e assenza di gradazioni e sfumature, proprio come il rapporto istaurato tra le due donne, ma al tempo stesso è “sbiadito” come se quella ostilità e quella rabbia si siano affievolite con la scomparsa della madre, dando spazio a sentimenti di rimpianto.

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Orientarsi tra piacere e dolore. Riflessioni Libere

Da tempo mi frulla un pensiero in mente, una teoria che riguarda il piacere. È arrivato il momento di portarla alla luce.

Partiamo dal fatto che l’uomo, per natura istintuale, rifiuta il dolore e apprezza le sensazioni di piacere. Pure un bambino, per esperienza, sa che il fuoco brucia e provoca dolore mentre giocare dona piacere. Niente di strano o complicato, è la base della vita: rifuggire il dolore e andare verso ciò che ci piace.

Una dose di piacere giornaliera

Quando si prende in causa una specifica dose di piacere giornaliera la questione si complica un po’. La mia teoria è semplice e si sviluppa da una domanda: l’essere umano, per vivere felicemente, ha bisogno di una dose minima di piacere quotidiano?

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L’imbarazzo
La fortuna di sentirsi inadeguati

È un sabato sera con amici; sei casual ed elegante perché la serata lo permette. Ti senti in gran forma, bevi, mangi, ridi, scherzi..  fin quando ti sbilanci un po’ troppo dalla sedia su cui ti stai dondolando in quel pub alla moda e così pieno di gente.. perdi l’ equilibrio  e in un attimo ti ritrovi a terra con gli occhi dei tuoi amici e di tutto il locale puntati addosso e il brusio di qualche risatina. 

Possiamo immaginare di trovarci in una simile situazione e percepire una pervadente sensazione di imbarazzo accompagnata dal desiderio di diventare invisibile.. “Come ho fatto ad essere così scemo? Cosa penseranno ora gli altri (di negativo) su di me? Come ne esco da questo imbarazzo?”, sono le possibili domande che prenderebbero forma in noi in tale situazione, in maniera consapevole o meno.

L’imbarazzo è un’esperienza comune e, come vedremo, anche molto positiva a livello sociale, ma può presentarsi come più o meno faticosa da gestire in base ai differenti tratti di personalità che ci caratterizzano.

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Regressione e Terapia. Della natura di quei salti all’indietro

Partiamo dal basso. O se volete da lontano, proprio come fa quel nostro paziente in seduta. Regressione: deriva dal verbo regredire. E’ un movimento all’indietro, un andare a ritroso, che si ripete, lento e doloroso, ma pur sempre e nonostante tutto, necessario. In ambito analitico, questo particolare andamento è inteso come un tornare a stadi di sviluppo psichico precedenti e generalmente la sua presenza è vista in un’accezione decisamente negativa. Già Freud ad esempio riteneva il movimento come ostacolante, un inconveniente decisamente spiacevole che, quando finiva col popolare la stanza d’analisi, rischiava d’impedire il progresso dei processi psichici. Un regredire contrapposto all’integrare. Ma è davvero così?

Una delle più interessanti formulazioni del termine è certamente quella proposta da D. Winnicott: secondo il celebre pediatra e psicoanalista, alcuni pazienti presentano un bisogno di regredire nella stanza di terapia assai maggiore di altri e questo in quanto il bambino che alberga in loro, a suo tempo, ha fatto esperienza di un ambiente rivelatosi profondamente incapace di fornire il giusto appoggio e le dovute cure atte a permettere a quell’infante di esperire il mondo pienamente su di sé.

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Di leggerezza e pesantezza. L’eterna ambivalenza

“Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa? Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo. Ma nella poesia d’amore di tutti i tempi la donna desidera essere gravata dal fardello del corpo dell’uomo. Il fardello più pesante è quindi allo stesso tempo l’immagine del più intenso compimento vitale. Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica. Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato. Che cosa dobbiamo scegliere allora? La pesantezza o la leggerezza?”.

Così il genio di Milan Kundera affronta il tema principe della sua opera “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, un perfetto ossimoro che ci pone davanti alla questione centrale per ogni essere umano: siamo esseri pesanti, come la carne di cui siamo fatti che ci spinge a terra, oppure siamo leggeri, aerei, come la natura della nostra anima?

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La personalità masochista. Una vita di lamenti

È ormai credenza comune associare il masochista a quel tipo di persona che va alla ricerca di una sofferenza per godere, connotandosi prevalentemente di un aspetto sessuale o del desiderio erotico. In realtà, se facciamo riferimento agli aspetti masochistici presenti in ognuno di noi o alla personalità masochistica, possiamo interfacciarci con un funzionamento del tutto differente, preferendo il termine auto frustrante. Ci sarà capitato almeno una volta nella vita di parlare con qualche amico o qualche conoscente, e sentirci inondati da tutti i suoi problemi. Talvolta problematiche come insoddisfazioni coniugali, lavorative o amicali ci vengono presentate come sofferenze insormontabili e senza soluzioni, ed eccoci, dunque, ad ascoltarli per ore e ore lamentarsi del proprio collega o datore di lavoro, attivandoci in noi l’esigenza di “risolvere il problema al posto loro”. “Prova a fare in questo modo; Contatta i sindacati; ecc”, sono tutti consigli che irrimediabilmente cadranno in un “eh, magari, ma non è possibile perché…”. Stiamo certi che con queste tipologie di persone, se le rincontrassimo dopo qualche mese, starebbero lì a tediarci con una lamentala infinita su problematiche coniugali o di altro genere. Le persone autofrustranti hanno necessità di collocarsi in una posizione costante di “vittima” e solo mediante la sofferenza possono far tacere un loro senso di colpa inconscio costante. Il messaggio che lanciano all’esterno è “sono una povera vittima, la colpa è fuori di me”. La differenza sostanziale tra una personalità depressa ed una masochistica è proprio legata alla posizione della colpa: nel depresso la colpa è collocata dentro di Sé “ Al lavoro mi trattano male perché non valgo nulla, è colpa mia”, mentre nella personalità masochista la colpa è collocata all’esterno “al lavoro mi trattano male, sono una vittima, è colpa loro”.

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Dipendenze Affettive, Lo specchio delle Mancanze

In questi anni di formazione e di profondo studio sul mio personale, mi è capitato tantissime volte di entrare in contatto con quello che negli ultimi anni si è confermato essere il “problema a catena” più sottovalutato e, proprio per questo, il più nocivo: la dipendenza affettiva.
Prima di procedere con l’approfondimento di questo argomento, partiamo dalla base, cercando di risalire alle fondamentali. Chiediamoci, prima di tutto, cosa si intende esattamente per “dipendenza” (per un maggiore approfondimento si rimanda all’articolo “La Dipendenza- Vuoti di vita da colmare”). Basandoci sul significato letterario del termine, altro non è che l’incapacità di fare a meno di una determinata situazione (sia questa legata ad una persona, sia questa legata a sfere più materiali: sostanze tossiche e simili), vista da noi, erroneamente, come unica possibilità di benessere.

Ovviamente vi sono vari tipi di dipendenze, ma personalmente credo fortemente che a fare da capo a tutte le altre forme sia quella affettiva( per un maggiore approfondimento si rimanda all’articolo “Dipendenze affettive- Né con te, né senza di te”), ed in qualche modo ognuno di noi ne è influenzato (chi più, chi meno), in quanto è nei tanti meccanismi della mente esigere continue conferme, un irrefrenabile bisogno di continua approvazione da parte dell’altro, di sentirsi accettato, di avere conferma e sostegno… Tutto un bisogno che fungerebbe da rafforzativo ad un’autostima vacillante.
Una delle paure più comuni che spingerebbe alla dipendenza affettiva, all’attaccamento viscerale nei confronti dell’altro o comunque di tutti coloro che ci circondano, senza alcun dubbio è legato a dei piccoli-grandi traumi alla base della sfera emotiva, con possibili imprinting (ovvero quel bagaglio energetico e mentale che forma la storia personale di ognuno di noi, dalla nostra famiglia ai nostri Avi, condizionandoci su determinati modi di vedere, percepire e vivere la vita), non del tutto salutari.
Sono stati in molti gli psicologi che hanno dedicato parte dei loro studi sull’argomento, affermando e dimostrando quanto può influenzare l’ambiente famigliare in cui si nasce e si cresce (studi sul bambino e sul suo processo cognitivo – Erickson, Piaget, Freud ed altri luminari della Psicologia), per poi intensificarsi nella fase più importante, e per certi versi più critica: l’adolescenza, nella quale si manifesteranno tutte le lacune e le mancanze e che, se non curate, metterà radici nell’inconscio, intaccando qualsiasi tipo di rapporto tenteremo di costruire.
Proviamo nuovamente a fare un salto negli studi del passato: classificando la dipendenza come conseguenza di mancanze, l’individuo comincerebbe ad avvertire con più concretezza il disagio proprio nell’adolescenza, esattamente nei momenti di confronto con i propri simili – oppure con i genitori stessi, in quanto (spesso), rivedrebbe i suoi ideali nel gruppo stesso, anziché nei genitori stessi che, anzi, vive come ostacolo – che per sua natura porta ad una, più o meno, totale rivisitazione del proprio Io.

Mentre quando si è piccoli, vi è una tendenza ad essere guidati da uno stato della coscienza chiamato ES (in riferimento allo studio dell’approccio topografico di Freud, o meglio conosciuta come “metafora dell’iceberg“): altro non è che la parte più istintiva, governata dall’inconscio ed è esattamente quella parte in cui vengono “depositate” tutte le emozioni che, se non analizzate e riconosciute, prenderanno totale dominio della nostra quotidianità, fino a farci diventare ciò che temiamo.

Un altro grande studioso dell’animo umano se non anche dell’oltre umano ma ben poco rinominato (e secondo me è un grande peccato) è Carl Gustav Jung (psicologo, psicanalista, antropologo e prima ancora allievo di Sigmund Freud), il quale sosteneva che l’uomo possedesse quatto sfumature: l’animus (parte maschile nel femminile), anima (parte femminile nel maschile), l’ombra (la parte oscura ed inconscia che ci si riguarda da tenere riservata) e la personalità (quella parte mostrata a tutti).

Ma tornando al centro del nostro argomento e tenendo presente il sunto dei concetti espressi poc’anzi, possiamo affermare o comunque dedurre che una delle fonti dei traumi a catena, sfocianti poi nella relazione con l’altro, siamo solo noi stessi. In maniera più pratica: la relazione altro non è che uno specchio che ci mette in contatto con quelle mancanze che per tanto tempo abbiamo tentato di soffocare. Esistono mancanze generiche e quindi ereditarie, come esistono mancanze dovute a traumi, ma l’obiettivo principale è quello di poter risalire alla fonte di queste, accettarne (e quindi non ignorando) l’esistenza e con pazienza, rigore, fiducia e responsabilità, scioglierle.
Se cercassimo di risolvere i nostri quesiti esistenziali, evitando così di trasformare ogni nostra interazione con l’altro in un campo di sterminio e la nostra salute psico-emotivo e psico-fisica in un filo spinato, non solo impareremmo molto di più su noi stessi (magari riscoprendoci più forti di quanto pensassimo), non solo avremmo relazioni costruttive (e questo non vuol dire sempre tranquille, ma neanche nocive), non solo inizieremmo ad amarci per poi veramente cominciare ad amare, non solo ci attireremmo ciò che dall’esterno risuonerebbe al meglio con la nostra meraviglia interiore e la nostra più alta vibrazione, ma cominceremmo (soprattutto) a capire quanto siamo incredibilmente forti.

Sensibilizzeremmo il nostro sentire a tal punto da comprendere e percepire anche quanto è fondamentale il luogo in cui tutto questo avviene, quel luogo in cui nasciamo e cresciamo facendo nascere e crescere a nostra volta… Sarebbe di aiuto tenere sempre presente che siamo fatti di energia (oltre che di fibre muscolari, molecole ed ossa), di onde alpha ed onde beta e che queste vengono assorbite (come trasmesse) dalle stesse mura in cui decidiamo di vivere, per il semplice fatto che (come affermò il grandissimo A.Einstein) tutto è energia, noi compresi.

Christian Spadaro

Lettore vincitore del contest “We want you” per il mese di Maggio 2017

www.ilsettimoraggio.wordpress.com

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