La postura. chiave di lettura emozionale del corpo

Una tematica complessa è quella del corpo, da sempre luogo misconosciuto, da scoprire e riscoprire ogni giorno, che desta curiosità e mille dubbi. 

Perché assumiamo una particolare postura?

Le emozioni giocano un ruolo importante per il nostro organismo?

Nel 99% dei casi, chi soffre di mal di schiena o di cervicale non richiede una consulenza psicologica, ma preferisce “curare sul sintomo” con effetto immediato chiedendo aiuto ad esempio al fisioterapista o all’osteopata. Di fatto, ad oggi esiste un’ottima collaborazione tra

queste figure professionali sanitarie e lo psicologo clinico che permette un lavoro sinergico per il benessere psico-fisico della persona.

“Per l’antropologo la postura può essere una caratteristica della razza, oppure una indicazione sullo sviluppo filogenetico; per il chirurgo ortopedico essa può essere l’indice di un buono stato della struttura ossea e del sistema muscolare; per un artista può essere l’espressione della personalità e delle emozioni; per l’attore è il mezzo per esprimere lo stato d’animo e il carattere; per il medico, il biologo, il modista, lo scultore… il ballerino il significato di postura varia a seconda del tipo di professione e interesse” (Wells e Luttgens, 1978).

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Camminando verso.. I cammini come riabilitazione ed integrazione sociale

Di ritorno da un Cammino, ancora sopraffatto ed inebriato da tutta la bellezza, la felicità e l’entusiasmo che un’esperienza del genere ti lascia, mi sono chiesto; ma tutta questa positività, tutti questi benefici, perchè non vengono utilizzati nel sociale? Perchè non si pensa a qualche progetto che preveda un Cammino per favorire la riabilitazione o l’integrazione sociale?

Questi pensieri hanno portato ad un ricerca, che fortunatamente ha riscontrato qualche piccolo risultato…

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Il Colloquio Clinico. Donare senso all’esperienza del Sé

Cindy Couling, I Try To Listen

Mi chiamano psicologo. Questo è un errore. Sono piuttosto realista in un senso più alto, cioè descrivo tutte le profondità dell’animo umano.
(Fëdor Dostoevskij)

Questa frase di Dostoevskij introduce al vero senso di una consulenza psicologica; lo scopo di un colloquio clinico, infatti, è quello di andare ad indagare nella realtà psichica del soggetto.

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Le paure dei bambini. Una questione di sintonizzazione emotiva

Se si dovessero collocare le emozioni in una parte del corpo, questa sarebbe indubbiamente la pancia. Non a caso si usano espressioni del tipo: “ho le farfalle in pancia” quando si è innamorati o “ho lo stomaco chiuso”, quando si è turbati. In ambito familiare, quando si sentono capiti “di pancia” i bambini si sentono rispettati e questa connessione emotiva profonda, crea le basi per la costruzione di un senso di sicurezza, di fiducia e di autoefficacia, indispensabili per lo sviluppo di una sana identità.

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La genitorialità. Nascere come genitori

Lavorando come psicologa in un consultorio familiare, una buona parte del mio lavoro consiste nel sostenere le coppie di neogenitori nella transizione dalla diade alla triade, ovvero uscire dalla dimensione di coppia, in cui ognuno dei partner richiede e fornisce accudimento all’altro. L’arrivo di un figlio determina una rivoluzione nella strutturazione di questo rapporto e del nostro funzionamento interno.

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La Malattia Oncologica
Il Caos nell’Anima

Con il termine cancro si definisce un insieme di malattie con eziopatogenesi multifattoriale, caratteristiche cliniche e prognosi diverse, che hanno in comune un’alterazione del normale processo di riproduzione cellulare. Ci si ammala quando una “mutazione maligna” altera il regolare meccanismo di morte cellulare programmata (apoptosi) per cui i gruppi di queste “cellule impazzite” iniziano a moltiplicarsi in maniera incontrollata.

La malattia oncologica viene vissuta, inconsciamente, nella nostra cultura, come una “condanna a morte” poiché nel nostro immaginario collettivo la parola “cancro” è associata automaticamente all’idea di morte (cancro=morte è una classica equazione simbolica).

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La sindrome del vuoto digitale. Ci Sei o Non Ci Sei

“Il sintomo è una risposta sana ad un contesto di comunicazione insano”.

(Gregory Bateson, “Verso un’ecologia della mente”)

Le tecnologie dell’informazione, e il web in particolare, hanno giocato e continuano a giocare un ruolo cruciale nella società attuale. La Rete diventa uno degli elementi strutturali dell’uomo post-moderno e contribuisce ad attivare e modellare nuove forme di socialità e di comunità, basate sulla molteplicità, sulla pluralità e sulla gestione della diversità. Viviamo in una realtà in cui la tecnologia sta trasformando rapidamente lo stile della comunicazione umana. Se fino a qualche anno fa era facile incrociare sui mezzi pubblici persone che sfogliavano un giornale o comunicavano fra loro, oggi è molto più probabile vedere persone con occhi fissi su uno schermo di uno smartphone.

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Sul distanziamento emotivo. Rido perchè è inutile piangere

Nelle situazioni ad alto impatto emotivo negativo come nelle separazioni (es.: la fine di una relazione amorosa, un lutto, un abbandono…) si mettono spesso in atto diverse strategie difensive per la gestione dell’attivazione emotiva. In parte queste strategie sono funzionali alla gestione del dolore quando vengono attivate parzialmente permettendo quindi anche l’avviamento di un processo di elaborazione del vissuto. Nei casi in cui invece le strategie difensive vengono attivate in modo talmente potente da impedire l’integrazione dell’esperienza traumatica nel sé si è di fronte ad esperienze di anestesia emotiva dove si investono molte energie per evitare l’esperienza del dolore che viene negato e nascosto in un angolo della nostra mente, a volte addirittura appare solo come noia, distacco dagli altri o stanchezza fisica. Infatti, non di rado questi individui riferiscono di non stare male ma di sentirsi solo più stanchi del solito. Questa modalità viene tipicamente usata dai soggetti con tendenza alla dissociazione (per un approfondimento sul tema si rimanda all’articolo “Rimozione e dissociazione – Difese del nostro Io”) e in alcuni casi dai soggetti con attaccamento distanziante (per un approfondimento sul tema si rimanda all’articolo “Legame di attaccamento- L’importanza di legarsi”). Nei pattern di attaccamento distanziante la minimizzazione dell’esperienza emotiva negativa è una priorità nella quotidianità: vengono spese delle energie per far sì che le emozioni negative vengano minimizzate e quindi apparentemente tenute a bada pagando delle conseguenze di vario tipo come la manifestazione di un sintomo di ansia, di somatizzazione o un impatto negativo sulle relazioni più intime. Queste persone preferiscono non parlare dei vissuti negativi riferendo spesso di non ricordare molto dell’accaduto, nel tentativo (spesso inconsapevole) di chiudere al più presto un discorso sulle emozioni, oppure di non trovare sensato parlarne “raccontare di certe cose è solo una perdita di tempo secondo me”.

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