Autore: Giulia Ingrosso

Ode al silenzio

Non devi per forza dire la tua. Non devi comunicare al mondo ogni tuo pensiero: non ce n’è davvero bisogno. Piuttosto, rivendica il tuo diritto al silenzio e al segreto.

A questo riguardo c’è un passaggio fulminante in “Pourparler” di Gilles Deleuze, intorno a quelle che lui chiama le “coppie maledette”. Quelle, cioè, in cui uno dei due partner, di fronte a uno stato d’animo particolare dell’altro, magari pensieroso o nostalgico, lo pressa insistentemente chiedendogli di esprimersi, di dire tutto, di raccontarsi subito e su ogni cosa, in una vera e propria inquisizione domestica.

“A volte ci comportiamo come se le persone non potessero esprimersi. Ma, in realtà, non smettono mai di esprimersi. Siamo trafitti da parole inutili, quantità folli di parole e immagini. La stupidità non è mai muta o cieca. Il problema non è più consentire alle persone di esprimersi, ma fornire piccoli intervalli di solitudine e silenzio in cui possano infine trovare qualcosa da dire”.

Abbiamo tutti un bisogno vitale di questi interstizi di vuoto. Siamo travolti da giri immensi di “parole vuote ma doppiate”, triplicate, centuplicate, in una ripetizione infinita delle stesse frasi: il fenomeno delle frasi doppiate sui social è un indice del problema, in cui tutti prestano il proprio volto a un singolo tormentone. Ci si sente liberi in questa iper-espressione, che in realtà è soltanto una forma raffinata di censura.

Prosegue infatti Deleuze: “Le forze della repressione non impediscono alle persone di esprimersi, anzi le costringono ad esprimersi”.

Bisognerebbe allora, spiega il filosofo francese, imparare ad assaporare di nuovo la “dolcezza di non avere niente da dire, il diritto di non avere niente da dire”, perché è soltanto a partire da quell’impotenza che può nascere “qualcosa di raro o rarefatto, che meriti davvero di essere detto”.

E se pensassimo ad un’equazione lineare tra silenzio e salute?

Il desiderio di stare bene, nella prospettiva individualista e competitiva del sistema culturale in cui viviamo oggi viene visto da tanti come un desiderio di primeggiare, con strane sfumature e pregiudizi. Il benessere, però, non è una competizione, ma qualcosa di estremamente individuale e intimo. Il mio personale benessere psicofisico non è raggiungibile alle spese di qualcun altro e, soprattutto, non è così facilmente misurabile per poterne stilare una graduatoria globale (oltre che uguale per tutti). Siamo invitati a non considerare il silenzio – e quindi la nostra salute – come un fattore determinante rispetto al quale prendere decisioni. Ma allora ci si chiede in base a cosa dovremmo agire e come possiamo fare a capire cosa è bene per noi stessi.

Su questa base si innesta il complesso discorso sul significato contemporaneo di salute. La salute, infatti, è passata dall’essere un problema della medicina, a uno stile di vita. Ma essere sani significa semplicemente non avere patologie, la minore possibilità nel tempo di svilupparne o qualcosa di diverso ancora?

Ricordiamo che la salute non è un aspetto marginale della nostra esistenza, non è nemmeno un capriccio che imponiamo alla nostra vita: è, semmai, la sua condizione di esistenza.

Se è vero che “gli strumenti del padrone non ne smantelleranno mai la casa» come cita Audre Lorde, abbiamo bisogno di parole nuove per compiere un ultimo passaggio: trasformare il linguaggio da luogo di silenzio e oppressione a occasione di dialogo, liberante per tutte le soggettività.

Dott.ssa Giulia Ingrosso

Wearable technologies e psicologia

Sarà possibile rivelare lo stato psicofisico attraverso l’utilizzo di sensori?

La convergenza di vari avanzamenti tecnologici nella miniaturizzazione dei microprocessori, nella diffusione capillare della connessione internet e nella scienza dei materiali ha reso possibile e di grande interesse lo sviluppo di sensori indossabili. Un sensore è un dispositivo in grado di misurare un parametro fisico o chimico e convertirlo in tempo reale in un segnale elettrico che viene acquisito da un’opportuna elettronica di lettura.

benessere, psicologia, psicologia sociale, tecnologie

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Dall’origine alla coppia
Il ciclo di vita della famiglia

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“Per consentire il cambiamento, alcune parti del sistema devono disgregare modelli stabili già presenti. I nuovi modelli rappresentano quindi proprietà emergenti del sistema. Essi non sono lineari, cioè non possono essere previsti automaticamente in base a ciò che è successo in precedenza. Quando le sue componenti non sono coordinate in modo eccessivo, il sistema può esplorare e cambiare”.

(Bowlby)

Come è noto nel primo anno di vita il bambino stringe con il genitore un legame di attaccamento tendenzialmente asimmetrico attraverso il quale riceve protezione e cure a cui corrisponde nell’adulto un legame genitoriale volto a fornire supporto al bambino.

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La paralisi del sonno

Un’interpretazione odierna

La paralisi del sonno è un disturbo nel quale il soggetto si presenta come cosciente ma non ha la possibilità di avere una buona presa sul proprio corpo che viene avvertito come immobile; tutto questo avviene nei momenti che precedono l’addormentamento o in quelli successivi al risveglio ed è spesso accompagnato a difficoltà respiratorie. Lo stato di angoscia che può percepire la persona coinvolta è correlata direttamente alla sensazione di impotenza. Da un punto di vista medico la Sleep paralysis è data dal malfunzionamento di un meccanismo biologico. Nella norma, quando ci addormentiamo ed in particolare nella fase REM, i nostri occhi si muovono ma il corpo resta immobile. Il punto è che, nel caso della sleep paralysis, il risveglio non coincide con la fase in cui i muscoli riprendono tono.

La condizione di chi è temporaneamente paralizzato ricorda quella del Locked-in, ovvero il soggetto è perfettamente lucido e cosciente ma un problema cerebrale rende il corpo insensibile.

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La sincronicità. Nulla accade per caso

​“Il caso non esiste e ciò che ci sembra casuale scaturisce dalle fonti più profonde” (Friedrich Schiller)

Sarà capitato a tutti almeno una volta che una coincidenza ritenuta quasi improbabile risultasse poi una rivelazione come se esistessero dei legami tra avvenimenti e persone.

Vi è mai capitato di chiamare una persona nello stesso istante in cui questa stava chiamando voi? Oppure di aver incontrato la persona di cui avevate bisogno proprio in quel momento? Bhe, questa non è casualità ma parliamo di SINCRONICITA’. Questo termine deriva dal Greco syn (“con”) e khronos (“Ora”).

E’ stato Gustav Jung a coniarlo spiegandolo come una “simultaneità di due avvenimenti vincolati dal senso ma in maniera casuale”, come quindi se ci fosse un’unione tra avvenimenti interni ed esterni che sono difficili da spiegare ma che hanno un senso per la persona che li vive; infatti l’argomento più convincente sulle loro realtà è la propria esperienza personale.

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La Reciprocità. I vari tipi di amori in famiglia.

Si possono osservare vari tipi di amore in famiglia: c’è l’amore per i figli, l’amore romantico o, ancora,  l’amore passionale. La differenza sostanziale è che l’amore fra gli adulti può scadere, l’amore per i figli invece è per sempre.

In una famiglia intesa come sistema di comunicazioni intime, si possono osservare sia l’interazione tra partner adulti che quella tra genitori e figli, creando dunque un aspetto interpersonale intimo; ovvero che la durata dell’amore può essere limitata tra gli adulti (l’amore può finire), mentre viene considerata inestinguibile tra genitori e figli (i figli sono amati per sempre). Bisogna tenere ben presente che la forma dell’amore si modifica quasi continuamente nel tempo adattandosi ai cambiamenti della persona sia in termini di importanza che di significato.

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L’intelligenza artificiale

Lo spazio delle menti possibili

 ‹‹Il progresso appare sempre più grande di quanto realmente sia››

Johann Nepomuk Nestroy

“I.A.” Da tempo ormai ci confrontiamo con questa abbreviazione e, anche attraverso la cinematografia, abbiamo imparato a capirne il significato. Intelligenza Artificiale. Ma di cosa si tratta? Il “pensiero” – non a caso l’uso di questo termine come vedremo tra poco – corre immediatamente alle macchine, ai computer, ai telefoni cellulari, alle “APP” e a quant’altro collegato con la tecnologia. Ma non è così. L’intelligenza artificiale suscita un grande interesse poiché tenta di fornire una critica riguardo alcuni concetti dell’essere umano. Gran parte di studi filosofici ci hanno tramandato che l’unica mente interessante era quella dell’uomo ma, oggi, lo studio ad esempio delle menti animali l’enorme ricerca sugli studi post-umani¸ le scienze cognitive animali, ci dicono che non è così. Allora la domanda è: la mente umana è l’unica esistente?  Oppure: le menti umane e animali, sono le uniche esistenti o esistite? A quanto pare no. Pensiamo a menti che potrebbero essersi formate in angoli lontani della biologia terrestre. Lo spazio delle possibilità includerebbe anche tutte quelle forme di vita terrestri che sarebbero potute esistere e che non sono esistite. In particolare, include le menti di quegli esseri sintetici, il cui cervello è a base di silicio: le intelligenze artificiali appunto.  

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