Autore: Clarissa Cavallina

Il sentiero della coppia
Tra il patto dichiarato e il patto segreto

“L’innamoramento è scarsamente legato alle caratteristiche proprie dell’oggetto amato; infatti vediamo spesso come, pur rimanendo queste caratteristiche “inalterate”, l’amore finisca e la coppia si rompa. Ci innamoriamo sempre dell’immagine che l’altro ci rimanda di noi e dell’immagine che a lui rimandiamo” (Cancrini & Harrison, 1986)

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Fragilità e onnipotenza. Il potere negli adolescenti

Pubblicazione a promozione del progetto “Rondini. Centro di ascolto psicologico e assistenza legale” finanziato dalla Regione Lazio con risorse statali del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, promosso dall’Associazione Semi di Pace OdV in collaborazione con l’Associazione Il Sigaro di Freud come soggetto terzo – www.semidipace.it/progetto-rondini/

Le sensazioni che si provano a scuola quando sei un teenager sono indimenticabili. Rappresentano perfettamente alcuni aspetti di quella fase così particolare del ciclo di vita in cui la percezione dell’immagine di sé è fragile ma così impattante nella propria vita.

È possibile riattivare certi ricordi passati in età adulta quando ci si trova in situazioni di gruppo nuove come al lavoro dove ognuno ha un ruolo diverso. Ricordiamo tutti il momento dell’ingresso in classe: gli sguardi, le contraddizioni emotive, il bisogno di essere visti e accettati dall’altro. In quel turbine di confusione emozionale dell’adolescenza abbiamo chiare perlopiù le sensazioni corporee in quanto le abilità cognitive superiori all’epoca non sono sufficientemente mature per riflettere su pensieri ed emozioni e ricadono quindi sul corpo e sull’agire.

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Come proteggiamo i bambini dal lutto? La verità e altri rimedi

Nel pensiero collettivo occidentale sono spesso condivisi degli stereotipi sui bambini e sulla loro incapacità di comprendere e di affrontare gli eventi legati alla morte di una persona cara che influenzano profondamente il modo di gestire l’accompagnamento del bambino all’esperienza della perdita. Queste credenze hanno come focus l’idea che di fronte alla morte il bambino vada estremamente protetto e quindi tenuto fuori da informazioni, esperienze, riti e condivisioni emotive per potergli risparmiare la sofferenza del distacco.

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Non riuscire ad addormentarsi. Sai stare ad occhi chiusi?

Ci sono quelle notti dove con gli occhi spalancati, non ci si riesce ad addormentare in nessun modo. Eppure è tardi, si ha la consapevolezza di doversi alzare la mattina dopo. C’è qualcosa nella notte che ci sveglia, soprattutto nel momento di dormire e sembra così assurdo visto che ci si è sentiti stanchi per tutta la giornata. Sarà il richiamo della luna a renderci elettrici? In realtà, siamo in pigiama supini sul letto con l’acqua sul comodino, sembra esserci davvero tutto per affrontare la grande avventura del sonno. Ma continua ad esserci un’assenza. Cosa ci tiene in allerta?

Ci sono quelle notti dove il corpo è rigido, non si distende, non riesce a lasciarsi andare. Eppure non c’è niente di particolare che ci ha turbato negli ultimi giorni, la vita sembra essere quella di sempre. A partire dal collo, non aiuta il cuscino nuovo, c’è quel punto a destra vicino alla spalla che è dolorante e l’attenzione viene catturata da ogni dolore intercostale, da ogni tensione della mandibola. Si dice che ognuno di noi ha un lato più oscuro nel senso che è buio e quindi meno conosciuto e quindi potenzialmente spaventoso. Non sarà che il buio della notte richiama il buio interiore? Buio con buio crea un’immersione nel nostro Sé più inesplorato. Certo è che questo silenzio e questo buio che dovrebbero rilassarci ci mettono in contatto col vuoto.

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L’arte come forma di resilienza. Ti cerco perchè mi fai bene

Si parla spesso della potenza dell’espressione artistica, del suo valore da un punto di vista psicologico. Freud parlava di sublimazione, quella trasformazione di contenuti interni, anche negativi, in energia creativa che da dentro va verso l’esterno e nel caso dell’arte si concretizza in un quadro, una canzone, una fotografia, una poesia…

Con l’energia psichica bisogna pur farci qualcosa che si tratti di creare, di lavorare, di sperimentarsi nella crescita individuale o relazionale. Rapportarsi con l’arte permette questo scambio tra mondo interno e mondo esterno, questo contatto. Non solo l’espressione artistica, ma anche la fruizione artistica è un fattore che permette di dare spazio ai propri vissuti emotivi. Questo aspetto risulta fondamentale in quanto l’energia psichica deve trovare spazio e modo di muoversi altrimenti rischia di implodere dentro al soggetto restituendo stanchezza psichica e fisica.

Esporsi ad un’opera d’arte che ci piace restituisce spesso un senso di nutrimento. Questa sensazione di sentirsi nutriti si può associare al rapporto con la figura della madre che si prende cura di noi bambini dandoci grande presenza tra cibo e amore incondizionato. 

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Sul distanziamento emotivo. Rido perchè è inutile piangere

Nelle situazioni ad alto impatto emotivo negativo come nelle separazioni (es.: la fine di una relazione amorosa, un lutto, un abbandono…) si mettono spesso in atto diverse strategie difensive per la gestione dell’attivazione emotiva. In parte queste strategie sono funzionali alla gestione del dolore quando vengono attivate parzialmente permettendo quindi anche l’avviamento di un processo di elaborazione del vissuto. Nei casi in cui invece le strategie difensive vengono attivate in modo talmente potente da impedire l’integrazione dell’esperienza traumatica nel sé si è di fronte ad esperienze di anestesia emotiva dove si investono molte energie per evitare l’esperienza del dolore che viene negato e nascosto in un angolo della nostra mente, a volte addirittura appare solo come noia, distacco dagli altri o stanchezza fisica. Infatti, non di rado questi individui riferiscono di non stare male ma di sentirsi solo più stanchi del solito. Questa modalità viene tipicamente usata dai soggetti con tendenza alla dissociazione (per un approfondimento sul tema si rimanda all’articolo “Rimozione e dissociazione – Difese del nostro Io”) e in alcuni casi dai soggetti con attaccamento distanziante (per un approfondimento sul tema si rimanda all’articolo “Legame di attaccamento- L’importanza di legarsi”). Nei pattern di attaccamento distanziante la minimizzazione dell’esperienza emotiva negativa è una priorità nella quotidianità: vengono spese delle energie per far sì che le emozioni negative vengano minimizzate e quindi apparentemente tenute a bada pagando delle conseguenze di vario tipo come la manifestazione di un sintomo di ansia, di somatizzazione o un impatto negativo sulle relazioni più intime. Queste persone preferiscono non parlare dei vissuti negativi riferendo spesso di non ricordare molto dell’accaduto, nel tentativo (spesso inconsapevole) di chiudere al più presto un discorso sulle emozioni, oppure di non trovare sensato parlarne “raccontare di certe cose è solo una perdita di tempo secondo me”.

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Innamorarsi dell’assenza. Ci sono ma non troppo

A volte sentiamo di innamorarci di persone che non sono disponibili ad avere una relazione con noi. Individui che sono già impegnati in un’altra storia e che in realtà non lasceranno mai il partner, altri che non sono pronti ad avere una relazione d’amore o non vivono il nostro stesso sentimento.

Capita di inseguire le persone “sbagliate” di fossilizzarci su chi non è disponibile per infiniti motivi a star con noi quando nel mondo esistono milioni di persone pronte a mettersi in gioco, possibilità concrete di costruire un rapporto intimo amoroso. Trovare la persona capace di farci innamorare non è di certo cosa semplice, ma neanche impossibile. Per innamorarci abbiamo bisogno di intuire nell’altro qualcosa che ci stupisce perché in qualche modo ci parla di noi (di un vissuto di insicurezza per esempio, di un ideale di forza, di un legame di accudimento materno mancato). Questo (in)seguire le persone non del tutto disponibili potrebbe diventare un motivo di riflessione nel caso in cui sembra essere una nostra tendenza, una modalità che si ripete in noi. Potrebbe essere quindi interessante domandarsi se c’è un denominatore comune in queste situazioni: è possibile che non mi innamoro solo dell’altro, di quella persona specifica, ma delle emozioni che l’altro che non si consegna a me fa vivere?

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L’amico del cuore. Identità in adolescenza

Si parla spesso di rapporti di amicizia fusionali e problematici nella loro ambivalenza in adolescenza, eppure a volte l’amico può rappresentare davvero una risorsa a quest’età. Nell’amico si cerca qualcosa, s’investe di affetto una persona non solo per il rispetto e la condivisione ma anche perché i suoi tratti e il suo esserci hanno una funzione importante per noi: a volte colmano un vuoto, ci rispecchiano o assomigliano a una parte di noi. Durante l’adolescenza si sperimenta un contatto particolare con il proprio desiderio che inizia a pulsare e a muoversi in molteplici direzioni. Il senso di smarrimento che si prova dipende dal sentimento di non appartenenza alla cultura famigliare di origine e al bambino che si era e che aveva un posto ben preciso. Le amicizie in queste fasi esistenziali vengono vissute intensamente e gli adolescenti condividono esperienze profonde di ricerca della propria identità dove ci si fa da specchio e si sperimentano emozioni forti.

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I sogni son desideri. Visioni di mondi paralleli

Quando ci svegliamo la mattina, per qualche minuto ci troviamo in quella terra di mezzo, come su una nuvola, dove i sogni sono ancora lì con noi tra il mondo interno e quello esterno, tra il sonno e la veglia. Lentamente ci sentiamo sempre più a contatto con la terra, le immagini oniriche evaporano e se non diamo loro un minimo di attenzione spesso sembrano svanire nell’aria come un fumo; ma non è proprio così, i sogni non scompaiono mai del tutto, anzi alcuni sono destinati a ripetersi (in tal caso son legati ad eventi traumatici).

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Pet therapy. Terapia a quattro zampe

Sempre più spesso nell’ambito degli interventi psicologici si sente parlare di Pet Therapy. Ma cosa s’intende effettivamente quando si utilizza questo termine? La Pet Therapyè un intervento, frequentemente utilizzato all’interno di un progetto terapeutico più ampio, caratterizzato dalla presenza di un terapeuta, di un animale con un suo conduttore e di un paziente. Spesso si prediligono i cani, ma anche altri animali vengono scelti in quest’ambito, come per esempio i cavalli. 

La nascita di questo tipo di intervento si fa risalire agli anni ’50, quando lo psicoterapeuta Levinson ebbe modo di osservare casualmente che la presenza di un animale domestico in stanza di terapia poteva avere degli effetti positivi sul lavoro terapeutico. Più nello specifico, Levinson raccontò di avere in cura da tempo un bambino con autismo che presentava particolari resistenze al lavoro e che un giorno il piccolo s’imbatté nel suo cane. Quest’incontro si rivelò prezioso: non solo il suo paziente iniziò a venire più volentieri in terapia, ma la presenza del cane durante le sedute migliorò l’andamento della terapia stessa. Levinson introdusse così l’idea che l’animale poteva avere una funzione di co-terapeuta, riconoscendogli un ruolo particolarmente importante. 

Negli anni, diversi studiosi hanno cercato di dare una spiegazione agli effetti benèfici che si possono osservare in alcuni casi in seguito a un percorso di Pet Therapy: la relazioneche s’instaura tra il paziente e l’animale sembra essere la variabile vincente. Dietro la parola relazione si nasconde un mondo, nel senso che questo termine va inteso come la possibilità che ha il paziente di conoscere e di esplorare parti di sé con l’altro in modo unico, in quanto ogni relazione è a sé, anche quella con un amico a quattro zampe! 

La presenza stabile dell’animale per il paziente può restituire un senso di sicurezza e di contenimento emotivo utile per la formazione dell’alleanza terapeutica inizialmente e in seguito per il sostegno nell’esplorazione delle aree più fragili del sé. Nella relazione con un animale si scoprono anche i vissuti legati all’accudimento e quindi si stimola la capacità di comprendere le esigenze dell’altro e l’empatia. Donare calore all’altro può restituire un senso positivo di sé e abbassare il vissuto di stati ansiosi e depressivi. Anche il gioco è una dimensione della relazione con l’animale che spesso si esplora. In particolare con i cani vi è la possibilità di stabilire insieme delle regole e di giocare muovendosi nello spazio e stimolando complessi processi cognitivi e creativi. 

Inoltre, con i pazienti più piccoli s’innesca spesso un meccanismo di identificazione con l’animale che permette al bambino di parlare di alcuni vissuti attraverso la figura del cane, utilizzando anche delle favole. Questo meccanismo è di enorme importanza in quanto in alcuni casi per il bambino è importante riuscire a mettere in campo il proprio vissuto e a simbolizzarlo. 

Più in generale, la fisicità caratterizzante la relazione con un animale riporta a una dimensione fondamentale del rapporto, quella del contatto e del calore a partire dal corpo che ha un linguaggio unico per ogni specie animale, ma che nella cerchia dei mammiferi ha degli aspetti comuni tra tutti gli esemplari. La possibilità di stare con un mammifero di un’altra specie spinge a riscoprire il linguaggio non verbale e quindi a stare in contatto con le proprie emozioni. La possibilità di stare con l’altro senza l’utilizzo del linguaggio verbale può avere un potenziale enorme slegando il soggetto da sovrastrutture legate alla parola in grado di innescare velocemente stati difensivi. 

Stare con l’altro è l’evento più naturale e complesso del mondo e la relazione è lo strumento più potente che abbiamo per rivoluzionare chi siamo. In questo senso gli animali sanno cambiare le nostre vite. 

Dott. Clarissa Cavallina

Riceve su appuntamento a  Roma

+39 333 2492898

Per approfondire

CIRULLI, F. Animali terapeuti: Manuale introduttivo agli Interventi Assistiti con gli Animali. Carocci Editore, Roma, 2013

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