Giorno: 13 Aprile 2017

Stress e genere. Donne e uomini in crisi

Le diverse reazioni allo stress

È sera e state camminando in una strada buia per tornare a casa, quando all’improvviso sentite un oggetto metallico alla base del collo ed una voce che vi intima “Dammi il portafoglio o ti sparo”. In quel momento, che fate? La risposta a questa domanda è: dipende se siete un uomo o una donna! Se sei un uomo, probabilmente ti volterai di scatto per dare un pugno a quel tipo, oppure scapperai alla velocità della luce. Se sei una donna, probabilmente cercherai di tirati fuori da questa situazione parlando: chiederai al ladro “sei sicuro di volerlo fare?” o “se metti via la pistola, possiamo parlarne e vedere cosa fare per sistemare le cose”.

Infatti, secondo gli psicologi, c’è una differenza fondamentale nel modo in cui gli uomini e le donne reagiscono nei momenti critici: gli uomini seguono il paradigma del fight-or-flight (combatti o scappa), mentre le donne mettono in atto la modalità tend-and-befriend (prenditi cura e aiuta). Fight-or-flight è una risposta fisiologica universale alle situazioni stressanti, caratteristica non solo degli esseri umani ma anche degli animali.

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Ipnosi
L’arte del mettere

L’ipnosi, secondo Sigmund Freud, può essere paragonata alla pittura, perché in essa di procede per “via di mettere” anziché per via di levare. Si tratta di uno stadio alternativo a quello di veglia o di sonno, con proprie caratteristiche fisiologiche e di attività neurologica, che viene indotto da un operatore esterno, oppure autoindotta, caratterizzata da uno stato psichico denominato trance. La storia dell’ipnosi inizia nell’era precristiana, che abbonda di esempi di induzione ipnotica attraverso canti e danze rituali. La storia scientifica dell’ipnosi invece può essere fatta inizia da Anton Mesmer che tra la metà del XVIII e l’inizio del XIX secolo propone la teoria del magnetismo animale, secondo la quale alla base della malattia si sarebbe un turbamento della corrente nervosa presente nell’organismo. Successivamente James Braid definì ipnotici i fenomeni che si verificavano nei soggetti “magnetizzati” causati da uno stato di affaticamento cerebrale indotto attraverso tecniche particolari, come quella molto cara al mondo del cinema, della trance indotta attraverso l’oscillazione di un oggetto splendente davanti agli occhi del paziente.

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Genitori e lavoro
Perchè non ci sei mai, dammi tempo

“Lieben und arbeiten”, “amare e lavorare”, questa è la mia ricetta contro i mali oscuri del mondo”

(S. Freud)

“Mamma non ci sei mai, lavori sempre! Papà devo fare i compiti di matematica, quando torni?”

Diventare genitori,  sappiamo già, richiede l’impiego di innumerevoli energie fisiche e un impegno emotivo e mentale a 360°. Trovare il tempo per i figli, diventa una vera e propria impresa a volte. A volte, davvero, non c’è il tempo di conciliare tutto: lavoro e vita affettiva. Chi ne paga le conseguenze? Il bambino? I genitori stessi? Probabilmente tutti. Gli spazi e i tempi di condivisione familiare si dimezzano se entrambi i genitori lavorano tutto il giorno. Oggi  ma anche in passato, avere la possibilità di lavorare è ciò che ci si augura maggiormente: trovare lavoro, poter assicurare serenità economica a sé stessi e alla prole. Un buono status sociale dei genitori rappresenta indubbiamente un fattore di protezione per il bambino. In tal senso al bambino verrebbero garantiti i mezzi necessari a crescere bene: andare a scuola, fare sport, avere i giocattoli  per giocare. Il lavoro come fonte di vita. Si ma non basta. I genitori che sono molto impegnati e presi dai loro impegni lavorativi, spesso sono costretti a delegare ad altri le cure del bambino: portarlo a scuola, farlo pranzare o cenare, sostenerlo e supportarlo nei compiti qualora fosse necessario.

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Da padre, in figlio
Un passaggio necessario

– Pà. Dammi le chiavi della macchina. Devo uscire.

– E dove vai?

– Vado. Esco. Dammi le chiavi.

E’ da frasi come queste che mi figuro l’inizio di quel viaggio metaforico – dentro e fuori di sé – a cui ogni figlio è prima o poi chiamato, ed è sempre da qui che hanno avvio alcune mie riflessioni, la cui portata mi spinge a partire da molto lontano. Ma facciamo un passo indietro. Un tempo, l’imperativo “dammi”, non era forse impiegato in via esclusiva dal vecchio pater familias? Una forma verbale, questa, che – paradossalmente – laddove fosse oggi pronunciata da un padre al figlio, suonerebbe sempre più in netta controtendenza rispetto alla realtà in cui siamo immersi. Se difatti nella visione ormai passata e più tradizionalmente intesa come patriarcale, il padre era identificato in colui che emanava le punizioni più severe e da cui discendevano le sorti del figlio in virtù del potere indiscutibile della legge, per converso, quello di oggi è un padre che vive in tutt’altra era. Veloce. Pulsionale. Sovversiva. In quest’era, evidentemente, non vi è più posto per il differimento della gratificazione del desiderio, cosicché il figlio è sempre, prontamente, soddisfatto (per un approfondimento si rimanda agli articoli “Il padre – Un’identità evaporata in questo nostro tempo” e “Il complesso di Edipo – All’alba della legge del padre”).

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Amarsi per amare
Una bella storia d’amore

Pochi giorni fa, dopo aver salutato una mia paziente mi sono trovata a riflettere su un argomento a me molto caro. Provo a descrivere brevemente il caso: Federica è una ragazza di 25 anni, studia e lavora saltuariamente, ama divertirsi, ha una fitta rete di amici e una famiglia unita che l’ha sempre sorretta nel superare gli ostacoli che la vita le ha messo di fronte. All’età di 17 anni è stata protagonista di un brutto incidente stradale e da quel momento la sua vita è cambiata drasticamente. Prima di questo evento era una giovane ragazza che amava lo sport: era la sua professione e sognava di partecipare alle nazionali di ginnastica artistica; nessuno, tanto meno lei, aveva mai pensato che un incidente le avrebbe cambiato in questo modo l’esistenza. E invece così è stato… i mesi in cui è stata costretta a letto e gli anni di fisioterapia, hanno influito sulla sua personalità; così, si è ritrovata a dover modificare tutti i suoi progetti e a rivedere i suoi sogni. La sua autostima è stata messa seriamente alla prova come anche l’amore per se stessa e di conseguenza quello per gli altri intorno a lei. Gli anni successivi all’incidente sono stati duri e faticosi, non solo per l’handicap fisico che ne è derivato e con il quale solo ora sta imparando a convivere, ma soprattutto per la necessità di riscoprire se stessa. La sua difficoltà più grande è stata quella di “rinascere”: si è dovuta ricreare, reinventare. L’improvviso, imprevisto e drastico cambiamento della sua vita, l’ha portata a prendere strade difficili, alcune volte “sbagliate”. Si è appoggiata molto alla musica e alla natura per poterne venire fuori. Musica e natura: elementi straordinari che l’hanno portata a mettersi in contatto con le proprie emozioni.

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Le fiabe in psicoanalisi, I musicanti di Brema

I fratelli Grimm, tramite questa interessante fiaba aprono la possibilità di riflettere su vari temi che a mio avviso oggi sono modernissimi: a partire dal cercare di essere sé stessi, alla possibilità di realizzare i propri sogni e al coraggio di cambiare. (per un maggior approfondimento si rimanda all’articolo La funzione psicologica della fiaba – Il regno del proprio inconscio).

Il racconto vede come protagonisti un asino, un cane, un gatto e un gallo. L’asino ormai vecchio, capì le cattive intenzioni del suo padrone, che voleva macellarlo, e così pensò di scappare e di cominciare a fare il musicante. Sulla strada incontrò prima il cane, poi il gatto e infine il gallo, tutti nelle stesse condizioni. I quattro giunsero a sera nel bosco e lì videro una piccola casa dove c’erano dei briganti. L’asino dalla finestra vide la tavola imbandita.

Avevano fame e dunque architettarono un piano: l’asino poggiò le sue zampe anteriori sul davanzale, il cane salì su di lui, il gatto si arrampicò sul cane e il gatto si posò sulla testa del gatto. Al segnale ognuno di loro fece il proprio verso e spaventarono i briganti che scapparono subito nel bosco. I quattro entrarono in casa e si rifocillarono, spensero la luce e si coricarono. Al ritorno di uno dei briganti, il gatto lo graffiò, il cane lo azzannò, l’asino gli tirò un calcio e il gallo fece forte il suo verso. Il brigante fuggì e disse al suo compagno che la casa era infestata dai fantasmi. Così quella casa diventò la felice dimora dei musicanti di Brema.

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