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La Sindrome dell’impostore – A nulla valgono i miei successi

Nell’epoca moderna, una condizione clinica molto accentuata è l’esigenza o l’aspettativa della perfezione, sul corpo, sul proprio stato sociale, ma anche nelle proprie manifestazioni mentali.

Il perfezionismo, come tratto di personalità, in realtà provoca enormi disagi nella persona che ne è affetta, portandola a rinunciare totalmente alla definizione di Sé, a partire dalla propria autenticità e spontaneità del proprio mondo interno, sostituita da una guida basata su norme e aspettative morali da dover autoimporsi in maniera rigida e talvolta punitiva. Una condizione simile al tratto perfezionistico o che ritroviamo all’interno di personalità perfezioniste è la “sindrome dell’impostare”.

Per la prima volta teorizzata da due psicologhe della Georgia State University negli anni settanta, la “Sindrome dell’impostore» si configura come un’esperienza interna di non autenticità e mancanza di sicurezza rispetto alle proprie abilità e capacità intellettuali. Parliamo, dunque, di un fenomeno psicologico per cui una persona, nonostante i tanti traguardi e risultati professionali e sociali raggiunti, continua a sentire di essere poco intelligente o brillante, fino ad arrivare a ritenere di aver in qualche modo ingannato coloro che disconfermano la percezione si sé stessa nel tentativo di rinforzarla positivamente.

La persona sente costantemente un grande senso di inadeguatezza che permane nonostante i continui feedback esterni. La percezione svalutante che ha di sé impedisce alla mente di fare esperienza del mondo esterno e dei risultati raggiunti, creando una profonda dissonanza tra mondo interno e mondo esterno.

La percezione negativa di Sé portano queste persone a temere di fallire quando verrà loro richiesto di ripetere le precedenti performance o di dar prova del proprio talento.  Si considerano meno meritevoli, preparate o intelligenti, paragonandosi costantemente agli altri per ogni singola mancanza, esaltando le capacità dell’altro e svalutando le proprie.

Nel tentativo di disconfermare la percezione negativa che hanno di sé, agiscono sul mondo esterno, sforzandosi costantemente nell’eccellenza e nel raggiungimento di ottimi risultati, senza però che queste conferme ricevute dal mondo esterno riescono a modificare la percezione di Sé. Il fraintendimento di base che si crea nelle persone con la “sindrome dell’impostore” o perfezioniste in generale è l’investire la propria attenzione sul mondo esterno al fine di riparare l’interno, anziché volgerle verso il proprio mondo interno e verso il Sé svalutato.

Come una profezia che si autoavvera, nel tentativo di mitigare l’ansia e i dubbi che perseguitano queste persone, si ritrovano spesso a ricoprire posizioni inferiori rispetto alle proprie capacità e titoli, poiché il successo suscita in loro una profonda paura e senso di colpa, legato alla paura di essere scoperte per la loro natura di incapaci e impostori. Questa minaccia può riguardare l’ambito lavorativo ma anche quello affettivo, famigliare o sociale in generale.

In aggiunto a tutto ciò, la percezione di essere un impostore viene mantenuto segreto, provocando nella persona un profondo senso di solitudine e distanza dagli altri intorno a lei.

Il ciclo della sindrome dell’impostare nasce dunque da un Sé profondamente svalutato che genera una continua paura di non poter ripetere i successi raggiunti e l’attenzione viene posta sulle difficoltà e su cosa non si sa, sovrastimate, generando un profondo senso di non essere all’altezza delle aspettative degli altri. Tutto ciò genera un’ansia che porta la persona a procrastinare, a bloccarsi o a lavorare in maniera frenetica e all’ultimo momento oppure ad un’iperpreparazione senza concedersi tempo libero. Una volta raggiunto il risultato c’è un temporaneo senso di sollievo che si trasforma subito dopo in una convinzione che i traguardi raggiunti siano dovuti al caso, alla fortuna o ad un grande sforzo che gli altri non fanno, provocando una mancata integrazione dei traguardi nell’esperienza del Sé e riportando la persona a provare ansia e paura dinanzi ad una nuova performance.

La difficoltà nell’uscire da questo ciclo è nell’impossibilità della persona nel mettere in discussione le proprie convinzioni svalutanti, percepite come unica certezza e facendosi guidare dalla colpa morale come unica verità assoluta.

Per poter uscire da questo empasse è necessario sviluppare un profondo atteggiamento empatico con il proprio Sé svalutato, questo ci permette di convertire il giudizio e la morale contro sé stessi, in affetto e dolore. Solo nel provare sofferenza, dolore e deprimerci per noi stessi, possiamo profondamente capire quanto dietro quella svalutazione del Sè, si nasconde una mancanza che non siamo disposti  a lasciar andare: Solo nell’idea di essere perfetti, saremo amati senza condizioni.

Dott. Dario Maggipinto

Riceve su appuntamento a Chieti

(+39) 334 9428501

dario.maggipinto@gmail.com

Per Approfondire:

Hewitt, P.L., & Flett, G.L. (1991). Perfectionism in the self and social contexts: Conceptualization, assessment and association with with psychopathology. Journal of Personality and Social Psychology, 60, 456-470.


Hewitt, P.L., Flett, G.L., & Mikail, S.F. (2017). Perfectionism: A Relational Approach to Conceptualization, Assessment, and Treatment. New York: The Guilford Press.

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