Bambini vittime di guerra
La strage dimenticata

Quello tra Russia e Ucraina, e tra Israele e la Striscia di Gaza, sono solo due dei conflitti attualmente in atto nel mondo, nei quali vengono commessi crimini contro l’umanità e in particolare contro i bambini. I minori sono le vittime principali di ogni conflitto, perché non hanno alcuno strumento per difendersi dagli attacchi in atto, né possibilità di chiedere aiuto, soprattutto se a causa del conflitto perdono i propri caregiver e si ritrovano da soli.

L’utilizzo delle cosiddette “bombe stupide”, ovvero non di precisione e non guidate, e l’utilizzo di bombe al fosforo bianco, che brucia il corpo delle eventuali vittime fino alle ossa, sono riconosciuti come crimini di guerra dalla comunità internazionale e in particolare dalla ICC, la Corte Penale Internazionale.

Ma un nuovo scenario di atrocità si è mostrato agli occhi del mondo nei conflitti attualmente in atto. Le nuove guerre ci combattono contro i civili, contro donne e bambini che vengono scelti come target di bombardamenti e rastrellamenti sommari, come quelli in atto in questo momento nella Repubblica Democratica del Congo e in Myanmar. Si spara nelle chiese e nei campi profughi, si bombardano ospedali e ambulanze, infrastrutture civili e centrali elettriche. Una nuova modalità di portare avanti il conflitto, se possibile ancora più priva di etica, semmai la guerra possa averne una. Tecniche di logoramento della popolazione che hanno spesso la finalità della sostituzione etnica, come documentato da Amnesty International, in luoghi come Sudan e Yemen. Soltanto in Sudan sono 4,5 milioni gli sfollati per il conflitto, nella cosiddetta battaglia di Khartum, per il controllo della capitale del Sudan, nell’ambito della terza guerra civile sudanese, scoppiata il 15 aprile 2023 tra l’esercito sudanese e il gruppo paramilitare noto come RSF, acronimo di “Forze di supporto rapido”. In questo momento nel mondo sono in atto 59 guerre, il numero più alto dal 1945.

I bambini ne pagano il prezzo. Secondo Save the Children i bambini in zone di guerra corrono 5 principali tipi di pericoli. Il rischio di morire o rimanere feriti, e restando feriti la necessità di cure che spesso non sono disponibili in luoghi dove non arrivano approvvigionamenti e in cui si bombardano o si fanno chiudere ospedali. Spesso queste piccole vittime vengono sottoposte ad amputazioni che in condizioni diverse non sarebbero necessarie. Il rischio di soffrire la fame e il freddo. Con l’impossibilità di approvvigionarsi di cibo e beni di prima necessità i bambini non ricevono il cibo necessario al loro sostentamento, soprattutto i più piccoli, venendo esposti al rischio di malattie e morte. Si perdono interi anni di scuola, se non la possibilità completa di ricevere un’istruzione, perché non esistono più scuole, né sistemi educativi che si prendano carico dell’istruzione dei bambini. Un costo che non si esaurisce quindi con la fine del conflitto e che ha conseguenze sulla qualità di vita della persona e anche sulle prospettive future di un’intera popolazione. Violenze sessuali, fisiche, sfruttamento e arruolamento forzato nelle forze armate sono un altro enorme rischio corso dai bambini in zone di guerra. I diritti dell’infanzia sono completamente negati dalla logica dei conflitti armati, da qualunque parte vengano combattuti.

Ultimo tipo di rischio a cui sono sottoposti i bambini vittime della guerra sono i traumi psicologici di lunga durata. Assistere a distruzioni e violenze colpisce la psiche delle vittime dei conflitti e l’assenza di una tregua nelle situazioni prolungate di crisi come quelle in atto in questo momento portano danni a lungo termine a livello psicologico comportando ansia, depressione, disturbo post traumatico da stress e rischio suicidario. Si sopravvive, ma il costo della guerra resta con le vittime per sempre. Un’ombra lunga che modifica l’esistenza di questi esseri umani a lungo, dando spesso il là ad abuso di sostanze, comportamenti autolesivi e socialmente pericolosi.

Anche chi osserva questi conflitti da lontano è a rischio di traumatizzazione. Bambini residenti in altri luoghi del mondo, ma resi osservatori passivi delle atrocità della guerra dai sistemi di comunicazione e soprattutto dai social network, che a differenza delle testate giornalistiche e dei telegiornali, non offrono spesso una cornice narrativa all’interno della quale leggere e tentare di comprendere gli accadimenti del mondo, esponendoli alle immagini nude e crude degli orrori della guerra.

L’instabilità geopolitica in cui crescono bambini e adolescenti ha un impatto a lungo termine sulla loro percezione di sicurezza e sulla loro capacità di proiettarsi nel futuro come adulti competenti. Come professionisti della salute mentale dobbiamo partire dal principio che ogni guerra è un crimine contro l’umanità, perché comporterà sofferenze e dolori che non cessano con il cessate il fuoco, ma perdurano anche nelle generazioni future. Siamo di fronte alla trasmissione intergenerazionale del trauma.

Gampel (2020) la definisce trasmissione radioattiva del trauma: gli effetti di un trauma intergenerazionale si manifestano in una serie di sintomi fisici ed emotivi che impattano potentemente nella vita di figli e nipoti. I sintomi sono simili a quelli del Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD), tra cui ipervigilanza e disregolazione emotiva. Altri sintomi secondo l’American Psychiatric Association includono: vergogna;

un elevato senso di vulnerabilità e impotenza; bassa autostima; sintomi dissociativi (per esempio, depersonalizzazione e derealizzazione); difficoltà nelle relazioni di attaccamento con gli altri (per esempio, mancanza di fiducia o incapacità a connettersi agli altri); difficoltà nel regolare la rabbia e l’aggressività;

estrema reattività allo stress; isolamento e ritiro; lutto complicato; disturbi da abuso di sostanze; disturbi del sonno; autolesionismo e ideazione suicidaria. Questa trasmissione avviene attraverso l’osservazione del comportamento dei caregiver, che non avendo elaborato il trauma subito spesso manifestano per primi i sintomi descritti, risultando non adeguati nei propri compiti genitoriali ed esponendo essi stessi le generazioni successive a traumatizzazione. Ma il trauma intergenerazionale passa anche attraverso l’epigenetica, ovvero l’insieme di alterazioni del proprio patrimonio genetico dovute a conseguenze ambientali. Sebbene gli studi su questo meccanismo siano ancora in corso e siano considerati in parte controversi e non conclusivi dalla comunità scientifica, essi suggeriscono ad esempio che “Le modificazioni epigenetiche influiscono sulla funzione del gene alterando gli elementi regolatori del gene che influenzano l’azione dei fattori di trascrizione genica. In generale, la metilazione all’interno di specifiche regioni del gene è un modo efficiente di silenziare il gene.” Molti studi di questa tipologia sono stati svolti sui figli dei sopravvissuti all’olocausto.

Questa prospettiva teorica suggerisce che le esperienze estreme, come la guerra, abbiano effetti di modulazione genetica sulle generazioni future, alternando il funzionamento, ad esempio, delle risposte allo stress e le condizioni di efficienza del sistema immunitario. La guerra è sempre una guerra contro l’infanzia, contro il nostro futuro e quindi contro la vita.

Dott.ssa Valeria Colasanti

Psicologa e Psicoterapeuta

Per Approfondire

Fonte: Y,  R, Lehrner A. Intergenerational transmission of trauma effects: putative role of epigenetic mechanisms. World Psychiatry. 2018 Oct;17(3):243-257. doi: 10.1002/wps.20568;

https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/campagne/stop-alla-guerra-sui-bambini
https://www.amnesty.it/category/crimini-di-guerra-e-crimini-contro-lumanita/

bambini, guerra, psicologia, trauma

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