Il lutto è una malattia?
Dalla nosografia alla fenomenologia del lutto complicato

lutto, il sigaro di Freud,

Conversazione tra Giove e Mercurio, Giove spiega a Mercurio cosa significhi assumere sembianze umane per fare l’amore con una donna mortale:

“Lei userà poche espressioni e questo amplierà l’abisso tra di noi…Dirà “ Quando ero piccola” o “Quando sarò vecchia” o “Mai in tutta la vita”. Questo mi colpisce profondamente Mercurio…Ci stiamo perdendo qualcosa Mercurio- il pathos della caducità- l’implicazione della mortalità- quella dolce tristezza dell’afferrare qualcosa che non si può trattenere?” 

Amphitryon 38 di Jean Giraudoux.

Per gli addetti ai lavori, sono certa che questo titolo rimanderà senza fatica al celebre articolo di Engel del 1961 dal titolo “Is a Grief disease”? ( Il lutto è una malattia?); che a sua volta, può essere assimilato come tipologia di riflessione all’editoriale di Mario May del 2008 sulle sfumature diagnostiche dell episodio depressivo.  Il punto della questione, dunque, che vorrei brevemente trattare in queste righe è come la letteratura si approccia alle manifestazioni sintomatologiche del lutto e come si risolve questo nella pratica clinica.

Facciamo un passo indietro; tutta la faccenda  ha origine (come sempre, magari penserete) da un’opera di Freud del 1915; si esatto è proprio “Lutto e melanconia”. Qui il padre della Psicoanalisi, inizia a gettare i semi della riflessione, assimilando in qualche maniera il lutto ad una perdita di qualcosa di interno a sé e quindi inevitabilmente associandolo a una forma di disturbo depressivo.

Il punto è proprio questo; la sintomatologia che si presenta dopo una perdita può occupare “un cassetto” a sé stante del grande guardaroba “DSM-V, ovvero Il manuale dei disturbi mentali” oppure essere considerato un asset sintomatologico, se vogliamo, residuale di psicopatologie come Depressione o Disturbo Post Traumatico da Stress (con le quali ci sono molti aspetti in comune)?

Una review del 2018 (Özge et al.) riassume i principali studi in materia; in particolar modo da questi emerge la prima sostanziale differenziazione tra lutto normale e lutto complicato.  La demarcazione principale è sostanzialmente di natura temporale; ovvero nel lutto complicato la sintomatologia legata al lutto perdura oltre i sei mesi dalla perdita. I sintomi principali sono nostalgia, sentimento di tristezza a causa dei ricordi della persona defunta, sentimento di solitudine, percezione di una vita vuota, credenze distorte, incapacità di accettare la perdita.

Dagli studi presenti nella review, inoltre, le principali psicopatologie con cui viene fatta la diagnosi differenziale con il lutto complicato sono appunto l’Episodio di depressione maggiore e il Disturbo Post Traumatico da stress.  Effettivamente, ci sono diverse sfumature da un punto di vista di manifestazioni cliniche e neurobiologiche che distinguono i disturbi in questione ma per non annoiare i non addetti ai lavori rimanderò a chi vuole approfondire alla letteratura specifica al riguardo che trovate nella parte dedicata.

Ma come si risolve  questa questione nel DSM-V? 

Nell’ ultima edizione del manuale, gli autori, hanno preferito usare con cautela questo nuovo disturbo e di inserirlo  con il nome di “disturbo persistente complicato” all’interno della sezione 3.a, ovvero nelle “Condizioni che necessitano ulteriori studi”. Suona anche a voi come una sorta di compromesso?

Probabilmente lo è; ma per quanto mi riguarda, il nocciolo della questione non è tanto questo ma piuttosto quanto il focus sulla questione diagnostica sia importante nella pratica clinica. Ovvero: se il lutto complicato ha una sua esistenza autonoma incide sulla buona riuscita di un trattamento psicoterapico?

Ovviamente, la diagnosi differenziale è importante nelle fasi iniziali in quanto permette al clinico di capire cosa ha di fronte e di impostare il trattamento.

Successivamente la questione deve spostarsi su una dimensione fenomenologica ovvero il lutto deve inserirsi nella storia del paziente ed è quella di cui il clinico deve farsi carico per una buona risoluzione del processo di elaborazione.

In particolare considerare gli orizzonti di senso che questo evento ha aperto rispetto alla sua storia passata presente e futura e come in essa si può collocare questo evento, con il fine ultimo di ridare un ulteriore globale orizzonte di significazione.

In conclusione la sintomatologia legata al lutto, assume sfaccettature cliniche a sé stanti; da considerare tuttavia negli orizzonti personali, individuali  e culturali di cui la persona è portatrice.

Dott.ssa Chiara Moriglia

Per Approfondire

  • Giampiero Arciero e Guido Bondolfi (2012). Sé, identità e stili di personalità. Bollati Boringhieri editore.
  • Özge, E. N. E. Z. (2018). Complicated grief: Epidemiology, clinical features, assessment and diagnosis. Psikiyatride Güncel Yaklaşımlar10(3), 279-289.

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