Pet Loss
Dire addio al nostro amico a 4 zampe

Vivere, o meglio, sopravvivere obbliga ognuno di noi ad affrontare numerosi lutti, importanti perdite e assenze durante il “percorso di viaggio”. Per cultura e per convenzione, tendiamo ad associare il termine “lutto” alla parola “morte” giacché rappresenta la principale condizione irreversibile di assenza. Ma è necessario sottolineare come ogni perdita rappresenti un lutto da affrontare.

Quando si conclude una storia d’amore, un’amicizia, un contratto di lavoro o si abbandona un rituale, un’abitudine, un’idea, una speranza, un’aspettativa per il futuro, un sogno… si fanno i conti con delle assenze reali. Ogni volta che siamo costretti a sperimentare un’assenza laddove vi era una presenza, entriamo in contatto con sentimenti di dolore disorientanti e perturbanti che rappresentano l’unicità e la specificità dei nostri lutti (per maggiori approfondimenti si rimanda agli articoli “Un infinito Addio- Dalla diagnosi di un male incurabile alla separazione” e “Il lutto- Della morte e di altre perdite). Così, ci troviamo di fronte il duro compito di accettare le assenze per poter vivere, oltre a sopravvivere.  

Abbiamo consapevolezza delle nostre qualità e dell’importanza del nostro essere al mondo soprattutto osservando gli occhi di chi ci ama. Perdere un affetto significa perdere anche quella parte di noi che l’altro rendeva possibile sperimentare e osservare, oltre a dover accedere alla consapevolezza che non potremmo essere più la persona di prima perché con nessun altro saremmo mai come eravamo con lui. Con nessun altro avremmo lo stesso rapporto, lo stesso affetto, lo stesso legame.

Passiamo una vita a creare legami d’amore nel senso più ampio del termine, per dirla alla Saint-Exupéry, siamo spinti costantemente dal bisogno di  “addomesticare” ed essere “addomesticati” per sopperire alla necessità di avere delle sicurezze affettive e sentirci indispensabili, unici per qualcuno. Quando siamo abbastanza fortunati da capirne la ricchezza e poterla sperimentare, sentiamo anche l’esigenza di una forma di amore incondizionato, puro e autentico che si differenzi dalle relazioni con altri esseri umani, ma che porti con se la stessa intensità di affetto: il legame con un amico animale.

La vicinanza con un animale domestico permette di  entrare  in contatto con emozioni e sentimenti positivi che forniscono maggiore serenità e sicurezza e soddisfano l’ innato desiderio di prendersi cura di qualcuno (per maggior approfondimenti si rimanda all’articolo “Esperienze, attività e terapie con animali- Quattro zampe e un cuore”).

Recenti studi dimostrano come fra uomo e animale domestico si instauri a tutti gli effetti un legame di attaccamento simile a quello fra madre-bambino, in cui entrambi gli attori sono coinvolti emotivamente. Un vero e proprio legame di amore reciproco che non può essere classificato come affetto di serie B, perché intenso e indispensabile spesso al pari di altri e, sicuramente, speciale.Unico in primis per la presenza di una dipendenza impossibile da scardinare: l’amico animale è come un eterno bambino che sarà per tutta  la vita dipendente dalle cure dell’uomo. La dipendenza svolge il ruolo di alimentare il bisogno umano di sentirsi indispensabile, di essere l’unica fonte di benessere e, in una qualche misura, anche di avere il controllo su una relazione di affetto. Il legame di attaccamento sicuro uomo-animale, infatti, si contrappone all’imprevedibilità delle dinamiche nelle relazioni d’amore con i partner umani; questa equivalenza di pensiero ha anche un alto rischio, che l’individuo arrivi ad etichettare come unica forma di amore sincero il legame con il proprio animale domestico, togliendo valore e spazio alle relazioni interpersonali.

La comunicazione uomo-animale è fatta perlopiù di azioni e gesti (come le carezze), è più diretta di qualsiasi parola e non è soggetta a incomprensioni. Nella relazione, ci si sente “giusti così come si è” perché l’amico animale ama in maniera inconsapevole e rimanda una buona immagine di noi, alimentando la nostra autostima. Ci sentiamo importanti quando ci fa le feste dopo aver aspettato con ansia il nostro rientro, richiede le nostre attenzioni attraverso piccoli dispetti o mostra la sua vicinanza e il suo calore durante momenti di nostra fragilità, senza chiedere indietro nulla. Perdere un animale domestico, dunque, significa perdere questo legame speciale e non può che non essere un’esperienza tra le più traumatiche.

Nella maggioranza delle case l’animale domestico viene considerato un membro della famiglia e, per molti, può rappresentare anche la principale fonte di compagnia. La sua morte è riconosciuta tra le prime cinque cause di depressione al mondo, ma chi è costretto ad affrontarla fatica a comunicare il bisogno di essere ascoltato. Le  emozioni forti che nascono dalla Pet-Loss (perdita dell’animale domestico) vengono socialmente vissute come manifestazioni di fragilità. Spesso, non è possibile piangere liberamente o accedere ad una commozione autentica senza provare vergogna e sentirsi inadeguati, deboli, in colpa per non esserne superiori.

“In fondo era solo un animale…”, è il tentativo più comune, goffo, freddo e cinico di confortare chi ha perso un compagno di vita, banalizzando un vissuto e alimentando in lui la sensazione di essere incompreso o sbagliato. Così come dire “ancora stai male”, credendo che il tempo rappresenti una variabile oggettiva e il dolore un capriccio o una pigrizia. Non si può essere sbagliati quando si soffre per un’assenza e un animale domestico non può essere paragonato ad un animale qualunque perché sappiamo come solo lui (e nessun altro) ci abbia fatto sentire fragili, sensibili, indispensabili, utili, coccolati, accuditi…  anche la sua morte non è solo una morte: attraverso di essa, infatti, possiamo riattualizzare esperienze di perdite già sperimentate e non del tutto elaborate e affrontare l’angoscia di riviverle nuovamente.

Ogni perdita porta con sé altre perdite.

L’elaborazione del lutto è un lavoro psichico molto faticoso. I processi di elaborazione seguono sempre le stesse fasi, così anche nel caso della perdita di un compagno animale si affronta una prima fase di negazione e rifiuto, seguita da sentimenti di rabbia per l’ingiustizia ricevuta sino alla presa di coscienza dell’accaduto e all’accesso a sentimenti depressivi. La depressione è la fase necessaria affinché possa concludersi il processo di elaborazione del lutto attraverso la sua accettazione.  Schematizzandolo, sembra un processo così metodico e lineare, come ovviamente non è. Ognuno di noi ha i suoi tempi ed il suo modo di affrontare le assenze, di fare i conti con le perdite e, soprattutto con la morte di un affetto. Si, perché la morte di un caro, animale o umano che sia, genera il vissuto di dolore più carico di emozioni che un individuo possa mai provare. Il distacco e la consapevolezza della perdita possono essere favoriti dal tentativo di dedicarsi a dei rituali che permettano di ricordare l’animale in maniera simbolica e che onorino la sua memoria, come un album di foto, oppure il rito della sepoltura. È importante trovare , però, soprattutto le parole per dare significato al proprio dolore, abbandonando la vergogna di chiedere aiuto, figlia di una società che prepotentemente rifiuta di pensare alla morte e alla transitorietà della vita. Solo affrontando le proprie emozioni, e non negandole, è possibile andare avanti.

Permettiamoci di soffrire e concediamoci del tempo per accettare un dolore vero, autentico e colmante per la perdita di quel compagno che ha arricchito e reso magico fin qui il nostro viaggio. 

Dott.ssa Emanuela Gamba

Riceve su appuntamento a Roma (Zona Prati)
(+39) 389 2404480
emanuela.gamba@libero.it 

Per Approfondire

Freud S., “L’elaborazione del lutto-Scritti sulla perdita” Ed BUR -Biblioteca Universitaria Rizzoli, 2013

Angeli E., “E’ solo un gatto”, E-book

cane, gatto, Morte, perdita, pet loss, psicologia, psicoterapia, umore

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