Il gruppo e le sue proprietà. Due più due fa sempre quattro?

Vi è mai capitato di notare che un vostro conoscente o amico si comporta in un certo modo in una relazione a due e in tutt’altro modo all’interno di un gruppo?

Gli adolescenti spesso lo dicono “quando siamo io e lui è un certo tipo di persona, ma poi quando ci sono altri ragazzi cambia del tutto, non lo riconosco proprio, anzi diventa antipatico”. Si arrabbiano per questo perché non capiscono il motivo che determina il cambiamento e si sentono traditi dall’amico che, quando si sta in compagnia di più persone cambia totalmente. Una cosa è certa: attraverso queste esperienze si rendono conto che il comportamento di un soggetto può essere dipendente dal contesto relazionale.

Kurt Lewin si espresse relativamente al rapporto tra il tutto e le parti affermando che il tutto è più della somma delle sue parti ovvero ha delle proprietà emergenti che risultano proprio dall’interazione delle parti che lo compongono (per un approfondimento si rimanda all’articolo L’immigrazione – a quale gruppo appartieni? nella rivista del mese di settembre).  Ma cosa dovrebbe farci con questo il nostro adolescente arrabbiato?

Ogni persona ha una propria personalità che si esprime attraverso certi comportamenti. All’interno di un gruppo ognuno dovrebbe portare queste proprie peculiarità e di conseguenza nel gruppo dovrebbero essere visibili le caratteristiche dei singoli.

Ma quindi il gruppo, cioè il tutto, è semplicemente il risultato della somma dei singoli, ovvero delle sue parti?

Seguendo Lewin dovremmo rispondere di no. Al contrario nel gruppo si attivano delle dinamiche, emergono delle proprietà, che sono un qualcosa in più rispetto all’unione delle personalità e dei comportamenti dei singoli.

Riferendosi al contesto nel quale si verificano fatti e relazioni Lewin utilizzò il termine campo, considerandolo come lo spazio nel quale ogni avvenimento si verifica e assume significato. La proposizione quindi si inverte determinando un notevole cambio di prospettiva: non sono tanto i singoli ad influenzare il gruppo, ma il contrario.

Queste idee colpirono lo psicoanalista britannico Wilfred Bion il quale affrontò il lavoro psicoanalitico coi gruppi rivolgendosi non tanto ai singoli membri ma al gruppo come soggetto, come organismo.

In questo modo notò subito la contrapposizione di due immagini che si presentavano simultaneamente. Una era l’immagine di persone fortemente impegnate a risolvere i propri problemi e l’altra era quella di un gruppo attivamente ostile verso la malattia e l’intenzione di affrontarla e occuparsene.

Il gruppo aveva una propria mentalità, opposta a quanto veniva invece espresso dai suoi componenti e che sembrava attivarsi immediatamente.

La mentalità di gruppo venne definita da Bion come un serbatoio comune a cui affluiscono anonimamente i contributi di tutti e attraverso il quale è possibile gratificare gli impulsi e i desideri che questi contributi contengono. Lo psicoanalista britannico notò quindi che il gruppo aveva la potenzialità di far emergere una forza opposta al tentativo di affrontare la malattia, ma allo stesso tempo forniva una formidabile occasione di osservare le modalità di negazione della malattia e di evasione dalle assunzioni di responsabilità necessarie per un tentativo di cura.

Questa mentalità si esprime secondo tre assunti di base: l’assunto di dipendenza, l’assunto attacco-fuga, l’assunto di accoppiamento.

Nel primo caso il gruppo si pone in una condizione di dipendenza dal terapeuta e contribuisce alla messa in scena di una situazione in cui la soluzione dei problemi è relegata alla sua bontà, alla sua saggezza e al suo potere. Il motivo principale consiste nella convinzione che il terapeuta riuscirà a soddisfare tutti i bisogni del gruppo.

Nel secondo il gruppo è riunito per difendersi da un nemico esterno. L’attacco o la fuga sono le uniche azioni possibili e la presenza di questa nemico è l’elemento che fa da collante tra i membri. Il gruppo, o più esattamente il suo leader, salvaguarda la sicurezza dell’individuo.

Il terzo caso consiste nella condivisione nel gruppo di una speranza irrazionale, messianica. I membri affidano le proprie sorti all’accoppiamento di due persone interne al gruppo. Da questo infatti nascerà colui che porterà la salvezza. Si assiste quindi ad un annullamento del presente sostituito da una tendenza al futuro, nel quale il gruppo ripone tutta le proprie speranze.

Ma Bion descrive fedelmente l’emergenza di questi assunti perché ritiene che siano l’unica proprietà del gruppo?

Possiamo rispondere negativamente perché Bion in realtà ha parlato anche di gruppo di lavoro, ovvero di un gruppo che accetta l’invito del terapeuta a realizzare un confronto per poi raggiungere un’integrazione. In questo gruppo vige una collaborazione tra i membri e, anche se il tutto non è uguale alla somma delle parti, le individualità dei membri non spariscono in nome di una fusione inconsapevole all’interno della mentalità di gruppo.

Per realizzare un lavoro di questo tipo secondo Bion bisogna accettare che due più due non fa sempre quattro. Cioè far riunire persone che hanno l’intenzione di affrontare la malattia non assicura immediatamente che queste collaborino al raggiungimento dello scopo comune, è necessario prima osservare ed elaborare le forze che si attivano inconsapevolmente e che hanno direzione opposta.

Dott. Roberto Zucchini

Per approfondire:

Bion, W.R. (1971). Esperienze nei gruppi. Roma: Armando Editore.

Lewin, K. (1972). Teoria e sperimentazione in psicologia sociale, Bologna: Il Mulino.

Neri, C., Correale, A., Fadda, P. (1994). Letture bioniane (seconda edizione). Roma: Borla.

Neri,C. (2004). Gruppo (settima edizione). Roma: Borla.

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