Dissociazione e trauma. Come se non fosse mai accaduto

Renè Maigrette – Il doppio segreto

Se decidessi di incentrare buona parte del mio discorso su cosa si intenda o no per traumatico, probabilmente finirei con l’esaurire l’intero spazio a mia disposizione, visto e considerato che la definizione di trauma ha già in se tutti gli estremi necessari all’apertura di un vero e proprio dibattito sul “peso” che gli aspetti oggettivi  versus quelli soggettivi dell’evento scatenante posseggono nella sua determinazione. Un po’come se, per sciogliere la spinosa questione,  dovesse necessariamente prevalere la componente esterna su quella interna dell’esperienza. O viceversa. Rimandando la complessa trattazione sul trauma ad un prossimo e opportuno approfondimento, ai fini di una sua prima comprensione potremmo forse propendere per una interdipendenza dei due aspetti, in virtù della quale gli eventi della realtà esterna e la struttura intrapsichica di base si generano e s’influenzano l’un l’altra. Una persona può esser sottoposta a situazioni così strabordanti sul piano fisico e/o mentale (siano esse circostanze isolate o ripetute nel tempo) che la normale capacità di elaborarle ne viene duramente inficiata, specie se quell’elaborazione ha un costo psichico in termini di dolore o angoscia non tollerabile. 

Guerre, torture, stupri, situazioni di messa a repentaglio dell’incolumità individuale, operazioni chirurgiche invasive e catastrofi naturali sono solo alcuni fra gli esempi più estremi che l’area del trauma può offrire e dinanzi ai quali l’uomo, che gli è sopravvissuto, reagisce come meglio può, al fine di poterli in qualche modo “padroneggiare”. Il modo in cui egli reagirà ad eventi tanto devastanti per la sua persona dipenderà da molteplici fattori, ma certamente, la memoria dell’evento assumerà un ruolo centrale nell’elaborare l’episodio  traumatico, così come la mobilizzazione delle difese nel far fronte al trauma.

Più l’evento traumatico è violento, maggiore sarà il sistema difensivo pronto a correre in soccorso della psiche: si pensi al caso di un bambino che sia stato precocemente vittima di abusi inauditi fra le mura domestiche perpetrate nel tempo da parte di chi aveva il compito di prendersi cura di lui: per quel bambino, probabilmente, l’unica via di fuga possibile sarà la dissociazione. Nel calderone dei meccanismi difensivi, la dissociazione si pone fra le difese più “primitive”(o meno mature), visto quanto la sua azione così massiccia andrà a incidere sull’intera personalità. Nella dissociazione si assiste ad un’alterazione più o meno temporanea delle cosiddette funzioni integrative dell’Io:  l’identità, la memoria, la percezione dell’ambiente circostante, la coscienza. Tale difesa può essere idealmente distribuita lungo un continuum che ne scandisce l’intensità e che  comprende al suo interno una molteplicità di esperienze, dal sognare ad occhi aperti sino a forme più acute di dissociazione sino al collasso delle funzioni dell’Io; queste ultime, attraverso la loro capacità d’integrare l’esperienza, rivestono un ruolo fondamentale nel garantire la percezione di un Sé coeso e costante, aspetto che, con l’ uso rigido  e massivo della dissociazione, risulta alquanto compromesso. Attraverso di essa pensieri, ricordi, sentimenti e percezioni, tutti legati all’esperienza traumatica, vengono tenuti psichicamente separati, come se nella persona vigessero più coscienze parallele, in cui i contenuti sono distribuiti per sezioni, distinte e separate. E’ proprio questa incapacità d’incontro fra compartimenti stagni che permette a chi avesse vissuto un  trauma di qualunque natura e proporzione di vivere “come se”  quell’evento non si fosse mai compiuto. La persona si distacca completamente dal dolore, dall’angoscia e dalla paura,  legati all’idea di una morte imminente. Ma se la dissociazione possiede una sua utilità immediata, ponendosi come strumento efficace per arginare il trauma nel qui e ora, a lungo andare non gli si può certo attribuire la stessa funzione protettiva iniziale, in quanto il rischio è quello di interferire col funzionamento psichico complessivo dell’individuo una volta che l’evento traumatico sia cessato e di comprometterne così il senso di continuità del Sé. Ciò che dapprima si era rivelato come adattivo, permettendo alla vittima di quella violenza di dissociare l’evento dalla coscienza e dalla memoria attraverso una fuga psichica temporanea, si tramuta in una difesa del tutto disadattiva, data la rigidità e l’automatismo con cui verrà attuata, estendendosi indistintamente anche a situazioni in cui il pericolo di vita percepito non è reale: in conseguenza di questo, la persona stenta ad individuare dal suo funzionamento globale un’operazione difensiva più funzionale e consona a quella specifica circostanza e la sensazione che se ne ricava è estremamente confusiva. Da qui, la difficoltà nel mantenere un senso della propria identità che sia unico e coerente. Compito del terapeuta, dinanzi a simili condizioni, sarà quello di permettere con estrema cautela l’emersione della storia traumatica del paziente, allo scopo di consentire un dialogo fra tutte le componenti dell’esperienza traumatica ancora confinate fra loro, così da poterle finalmente reintegrare ed elaborare sul piano verbale ed affettivo.

Dott.ssa Carmela Lucia Marafioti

Riceve su appuntamento a Larino (CB)
(+39) 327 8526673

cl.marafioti@hotmail.com

Per approfondire:

(a cura di) V. Lingiardi, (a cura di) F. Del Corno, PDM. Manuale Diagnostico Psicodinamico, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2008. 

Dissociazione, traumi

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